Don Tonino, animatore liturgico – Diocesi Ugento Santa Maria di Leuca

 
 


Omelia nella Messa per il 40° anniversario della consacrazione episcopale di don Tonino Bello
Chiesa Natività, Tricase, 29 ottobre 2022.

Cari fratelli e sorelle, 
ci ritroviamo insieme per celebrare una delle ricorrenze giubilari del Venerabile don Tonino Bello.  In realtà, tra il 2022 e il 2023, ricorderemo diverse tappe significative della sua vita e del suo ministero: il primo anniversario della dichiarazione di venerabilità (25 novembre 2021); i 5 anni dalla venuta di Papa Francesco (20 aprile 2018); i 40 anni della elezione a Vescovo Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi (10 agosto 1982) e Ruvo in persona episcopi (30 settembre 1982), della Consacrazione episcopale a Tricase (30 ottobre 1982) e dell’ingresso nella  diocesi Molfetta – Ruvo – Giovinazzo – Terlizzi (novembre – dicembre 1982); i 30 anni dalla morte (23 aprile 2023). 

Rinnovo l’invito a non vivere questi momenti solo come un ricordo, ma ad approfondire il suo messaggio e la sua testimonianza di pastore. Sono molti ancora gli aspetti che hanno bisogno di una ulteriore indagine. Mi riferisco soprattutto a quelle dimensioni del suo magistero non ancora adeguatamente studiate, se non addirittura del tutto ignorate. Per questo voglio soffermarmi sul suo impegno in campo liturgico. Questa omelia è una sorta di riflessione che va oltre la dimensione esortativa e opportuna proprio nel contesto liturgico. Il riferimento alla liturgia, da parte di don Tonino, costituisce un aspetto notevole del suo magistero, anzi direi della sua vita. Considerando le tappe fondamentali della sua esistenza è possibile tracciare alcune linee del suo impegno in ambito liturgico dal tempo della formazione nel Seminario dell’Onarmo a Bologna fino al periodo del ministero episcopale nella diocesi di Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi. 

La formazione a Bologna e mistero sacerdotale a Ugento e a Tricase

A Bologna, don Tonino visse un’esperienza straordinaria che lo aiutò a percepire i “fermenti conciliari” e, sotto l’influsso del cardinale Lercaro, a comprendere il legame tra la liturgia, l’attenzione alla realtà sociale e la testimonianza in favore dei poveri[1]. La formazione impartita nel seminario Onarmo, infatti, riguardava tre ambiti: spirituale, culturale e pastorale. La vita spirituale aveva come culmine e fonte la Messa, vissuta in tutta la sua ricchezza liturgica. Una forte impronta comunitaria regolava i tempi della preghiera liturgica, della meditazione, della lettura spirituale. L’ascolto comunitario della Parola di Dio era un elemento caratterizzante la vita del chierico. Tutto si traduceva nello studio della realtà sociale e nella frequentazione dei luoghi di lavoro degli operai.

Lo stesso impegno in campo liturgico egli profuse nel suo ministero sacerdotale ad Ugento e a Tricase, in sintonia con il magistero di mons. Giuseppe Ruotolo che, a suo dire, «viveva coscientemente queste indicazioni del Concilio»[2]. Tra i molteplici incarichi, don Tonino fu anche responsabile diocesano della musica sacra. Generosa fu la sua dedizione nel promuovere nel clero e nei laici la consapevolezza dell’importanza della celebrazione liturgica e dell’unità tra la vita e il rito. Confezionò una raccolta di canti e di musiche a servizio di tutte parrocchie della Diocesi. Lui stesso insegnava i canti prima della Messa. Molto spesso si recava nelle parrocchie per illustrare agli animatori liturgici e ai gruppi parrocchiali la Costituzione Sacrosanctum Concilium.

Riteneva, infatti, che l’approvazione della Costituzione sulla divina liturgia avesse una portata storica «di dimensioni colossali», paragonabile all’influsso che alcuni decreti del Concilio di Trento avevano avuto negli orientamenti dei secoli successivi. L’aspetto più importante della nuova Costituzione non era solo il suo contenuto normativo, ma soprattutto l’irruzione prepotente della liturgia nel campo della pastorale. Non si trattava di un romantico archeologismo promosso dalla voglia di riportare indiscriminatamente tutto alle origini, ma il desiderio di fare emergere lo stretto legame tra lex orandi, lex credendi e lex vivendi. Don Tonino era consapevole che la liturgia era non solo il momento rivelativo del mistero, ma anche l’azione educativa della fede dei singoli e delle comunità. Per questo egli esortava i sacerdoti: «Non diamoci pace, finché vedremo i nostri fedeli assenti e come staccati dai misteri che celebriamo sull’altare […] Accostiamo alle anime affamate i tesori che la Chiesa racchiude nello scrigno della sua preghiera ufficiale. Utilizziamo tutte le risorse inesauribili dell’anno liturgico, della Messa, del breviario, dei sacramenti. Non lasciamo perdere nemmeno un briciolo di queste incalcolabili ricchezze»[3]. Sono parole, che lette con attenzione, rivelano il suo pensiero e danno ragione dell’impegno profuso per far comprendere la centralità della liturgia nella vita personale e comunitaria.

Particolare attenzione pose alla pastorale eucaristica incentrata sulla domenica e alla pastorale battesimale. Nello scritto L’eucaristia fonte di vita cristiana (agosto 1968), egli afferma: «È ora di ricentrare sull’Eucarestia, con più intelligenza e con maggior dinamismo, tutta la nostra vita personale, familiare e sociale. L’Eucarestia ci deve far superare le barriere del nostro individualismo, aprendoci ai bisogni degli altri e dando al nostro cristianesimo insospettate dimensioni di vitalità. Attorno all’Eucarestia deve fare perno anche la famiglia in quanto tale. Se è vero che si diventa sposi cristiani col sacramento del matrimonio, è pur vero che si vive da sposi cristiani mediante l’Eucarestia. Essa è il centro della spiritualità familiare, in quanto perfeziona e compie quanto il matrimonio comunica»[4].

Era convinto che da questo ricentramento attorno all’Eucarestia avrebbe tratto giovamento anche «la vita sociale, dal momento che vivere il mistero pasquale significa impegnarsi di persona nel rinnovamento di se stessi, dei costumi e delle strutture. Gli orientamenti pratici che derivano da queste considerazioni si esprimano quindi in una migliore, più attiva e più intelligente partecipazione alla S. Messa, che è lo stesso sacrificio del calvario reso sacramentalmente presente sui nostri altari. La Messa domenicale, momento culminante della settimana in cui tutta la famiglia parrocchiale si raduna nella casa del Padre, sia la fonte da cui partono tutti i nostri propositi di riunione, di carità, di servizio ai fratelli, di impegno nella realizzazione di un mondo più umano e più giusto»[5].

A suo giudizio, un’importanza non secondaria aveva il rinnovamento della pastorale battesimale. Spiegando il nuovo rito del battesimo, egli offrì una serie di annotazioni pastorali[6]. Per mettere in risalto la dimensione pasquale del battesimo, raccomandava di celebrare il sacramento nella veglia pasquale o di domenica, giorno in cui si commemora la risurrezione del Signore. II ripristino del modo di battezzare per immersione, doveva significare meglio la morte e risurrezione di Cristo, ribadendo l’indole pasquale del sacramento. I genitori dovevano prendere parte attiva alla celebrazione, in quanto convinti dell’importanza del dono della fede. La preparazione dei genitori doveva prevedere almeno un incontro in casa, con la consegna dell’opuscolo illustrante il rito del battesimo e con una sobria spiegazione dottrinale e liturgica. I fedeli dovevano essere regolarmente preavvertiti delle date e degli orari della celebrazione. Questa doveva avvenire in modo comunitario, dando importanza alla distinzione dei luoghi dove celebrare i vari riti: la porta della Chiesa, il battistero, l’altare. La veste bianca, da portare a casa e da conservare come ricordo del battesimo, poteva essere un dono della madrina o del padrino. Anche la candela, accesa al cero pasquale, doveva essere consegnata ai genitori, come ricordo del battesimo.

Era anche convinto che la liturgia doveva spingere alla carità. Tra gli altri aneddoti, si racconta questo episodio: «Un giorno venne a sapere che una famiglia con sei figli veniva sfrattata. Resosi inutile ogni tentativo di accomodamento, noleggiò un camion e portò in Seminario genitori, figli e masserizie. A cose fatte, informò il Vescovo, mons. Michele Mincuzzi, che gli dette il suo assenso. Continuò a seguire la famiglia finché non trovò un lavoro al padre come cameriere nella vicina marina di Ugento»[7].

Il ministro episcopale a Molfetta

Diventato Vescovo, l’attenzione alla liturgia si è espressa in maniera straordinaria. Così a ventuno anni della riforma scrisse: «Sono passati ormai ventuno anni dalla riforma liturgica e mentre contempliamo con ammirazione e gratitudine l’edificio splendido che il Concilio, col suo primo documento ci ha permesso di costruire, non possiamo fare a meno di constatare che alcuni infissi stanno cedendo, qualche calcinaccio cade dalla volta e più di una crepa minaccia la tenuta delle pareti. A dire il vero, anche questi inconvenienti sono provvidenziali, perché sotto gli intonaci che si sgretolano, dietro le verniciature che si staccano e a ridosso di qualche fessura che impensierisce, ci fanno prendere coscienza della solidità della costruzione, della robustezza dei basamenti e della lucentezza della pietra viva. Ci obbligano, però, ad abbandonare l’estasi della contemplazione del cammino percorso e ci spingono alla ricerca di strade nuove per rivitalizzare che, diciamo francamente, non è sprofondata nella coscienza dei credenti. E quali sono nelle nostre Chiese locali i calcinacci, gli infissi, gli intonaci che stanno cedendo? Non è difficile rispondere dicendo che si stanno affievolendo le tre luci di posizione di cui abbiamo parlato»[8].

È interessante notare che la rilettura degli anni postconciliari è compiuta non con un atteggiamento lamentoso, ma propositivo per attuare il dettato conciliare in modo più convinto. La stessa intenzione possiamo constatare anche nei suoi progetti pastorali. Fin dal primo (1984) “Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi” ha insistito sulla centralità della domenica e sulla necessità della catechesi liturgica. Ha sottolineato la necessità di «riscoprire la “tridimensionalità” della domenica. Essa è: a) Giorno del Signore. È l’incontro pasquale con il Signore risorto. Èl’appuntamento con lo Sposo. Se questo incontro, come quello di due innamorati, non è atteso, desiderato, preparato e goduto, si riduce ad un cerimoniale da farisei. b) Giorno dell’assemblea. È la celebrazione di una appartenenza. Non è solo l’assolvimento di un dovere personale con il Signore, ma l’esperienza di una consanguineità con la famiglia dei credenti. Se quest’ottica entra nella nostra pedagogia, c’è da augurarsi che cambieranno molte cose nella “congelata” routin di gesti e di parole che marginalizza non poco l’assemblea, modellata ancora su un registro di stampo clericale. c) Giorno dei poveri. Non si tratta di guardare la domenica con filtri sociologici o con categorie orizzontali. Si tratta invece, di convincere che se non c’è fractio panis non c’è riconoscimento del Signore. Cristo è nel pane. Ma i discepoli lo riconoscono allo spezzare del pane. È tutta una dimensione ancora da inventare»[9].

Sul tema della domenica, ha incentrato il progetto pastorale “Insieme per camminare. Linee programmatiche d’impegno pastorale per l’anno 1986-1987”, seguendo lo schema della nota pastorale della CEI del 1984, intitolata “Il giorno del Signore”.  

Sempre nel primo progetto pastorale, ha richiamato l’importanza della catechesi liturgica. Era, infatti, convinto che «per i più è l’unico approccio con la Parola. Pertanto si comprende bene con quale severità, con quale “ansia”, con quanta scrupolosa preparazione di studio e di preghiera vada “costruita” una liturgia. Non si può improvvisare. Se la Messa domenicale diviene privilegiato momento in cui la parola viene celebrata, se l’omelia, soprattutto, si tramuta in occasione forte da offrire al Signore perché converta i suoi figli, allora veramente, l’anno liturgico sarà la scuola migliore di catechesi permanente. È superfluo aggiungere che questo tipo di catechesi che si articola attorno alla domenica e si schematizza sull’anno liturgico, deve trovare dei momenti particolarmente densi nella quaresima e nell’avvento. È in questi periodi che, in ogni comunità parrocchiale, vanno collocate speciali iniziative di annuncio promotrici di conversione»[10].

Le linee pastorali programmatiche per il 1988-89[11] insistono sull’attenta applicazione delle norme liturgiche in riferimento ai sacramenti al fine di intendere i “momenti rituali” non semplicemente come codici rituali, ma come “spia della comunione” tra i fedeli e tra questi e i sacerdoti.

Una rilevanza particolare, nel suo magistero episcopale, riveste la Messa crismale. Nella prima omelia, come su Gesù nella sinagoga di Nazaret, egli vede gli occhi della gente puntati su di lui. Ma a differenza di Cristo sente di non avere la forza di sostenerli. Per questo esclama: «Dio solo sa come vorrei, in questo Giovedì Santo, affiggere anch’io gli occhi sul Vescovo, star seduto dalla parte vostra, abbandonarmi come negli anni passati al flusso della grazia, all’onda dei richiami, all’urto della parola; lasciarmi scavare il cuore dalle tenerezze della liturgia, sentirmi scuotere dalla prepotenza del rito. Stavolta, però, sono chiamato a vivere con vibrazioni diverse la solennità di questa Messa crismale, perché, esattamente cinque mesi fa lo Spirito del Signore mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato per annunziare ai poveri il lieto messaggio»[12].

Il Giovedì santo, secondo don Tonino, si potrebbe chiamare il giorno delle “due lavande”. Se nella Messa in Coena Domini è Cristo a lavare i piedi ai discepoli, nella Messa crismale è la donna a bagnare con le lacrime i piedi a Gesù. In questo caso, vi è «al posto dell’acqua, l’olio profumato. Al posto del catino, un vaso d’alabastro. E invece dell’asciugatoio, i morbidi capelli di una donna»[13]. Nelle due lavande si evidenzia la Chiesa del profumo al mattino e la Chiesa del grembiule alla sera.

La Messa crismale è la liturgia dell’accensione del «fuoco della festa e olio di esultanza»[14], la festa somigliante alla «sagra del grano, dell’uva e dell’olio»[15]. La gioia della festa, però, non fa dimenticare i problemi del mondo e della Chiesa: la guerra, lo sbandamento a cui sono sottoposti i Marocchini; vilipendio nei confronti degli Albanesi, a cui si negano i più elementari diritti umani.

L’invito fondamentale, suggerito da don Tonino, è quello di puntare gli occhi su Cristo, fontana d’acqua viva, per rendere feconda la missione dei cristiani nel mondo e costruire la città nuova, la Chiesa, attorno alla fontana antica, che è Cristo, riscoprendo la pace come motivo conduttore della liturgia crismale per diventare sacerdoti, re, profeti e martiri di pace. Guardare la storia con gli occhi di Cristo significa dar credito alla speranza, al futuro, alla progettualità, esplicitando «il fascino misterioso di certe espressioni liturgiche che parlano di “secoli dei secoli”, per indicare gli spazi della signoria di Cristo»[16]. In tal modo, i battezzati formano il Corpo di Cristo e diventano un popolo sacerdotale a immagine di Cristo sacerdote, per attuare la sua stessa missione: i laici per cresimare il mondo, i sacerdoti per cresimare i laici.

Celebrare la liturgia crismale vuol dire per tutti i cristiani fortificare la coscienza di essere popolo di Dio e, per i sacerdoti, significa celebrare il giorno del loro compleanno. In essa, i sacerdoti devono sentirsi “nella Chiesa” e “di fronte alla Chiesa”, in qualità di ministri dell’amore di Cristo, chiamati a pascere i fedeli in suo nome, a sperimentare la bellezza di far parte del gregge, a lasciarsi pascere da Cristo, ad accogliere da lui la grazia del martyrium cordis, a condividere la morte quotidiana degli ultimi. 

Nell’ultima omelia prima della sua morte, don Tonino lascia il suo testamento spirituale Il Giovedì santo è il giorno del torchio e dello Spirito, della sofferenza e del gaudio, del dolore e della gioia. Consapevole che per lui è arrivato il tempo della fine, invita a coltivare sentimenti di speranza. Per questo esorta coloro che vanno a trovarlo: «Cantate la speranza. E se io non potrò immergermi nel vostro concerto posso darvene ancora l’intonazione»[17].  

A noi don Tonino lascia un duplice ammonimento. Il primo si riferisce al fatto che la liturgia non deve essere vissuta come un rito consolatorio, ma come uno stimolo ad aprirsi al mondo, ai poveri, alle gioie e alle sofferenze degli uomini. Come un tempo ai fedeli della sua diocesi, don Tonino invita a considerare le “provocazioni” che promanano dall’azione liturgica. Così egli ammoniva: «Le provocazioni della liturgia diventano d’obbligo. Le nostre Chiese di Molfetta, Giovinazzo Terlizzi e Ruvo di Puglia come vivono questo schieramento con gli ultimi? Hanno fatto, come Cristo, una precisa scelta di campo a favore dei poveri, boccheggiano ancora tra il sospetto della retorica, la furbizia del linguaggio di moda, lo scetticismo che le cose possano cambiare»[18]. Non esitava a rimproverare coloro «che celebrano belle liturgie, ma faticano a scorgere l’icona di Cristo nel cuore di ogni uomo, anche in un cuore abbruttito»[19].

Una seconda annotazione è un pressante invito alla gioia. Si tratta di un messaggio particolarmente significativo per noi che viviamo nel tempo delle passioni tristi. A noi cristiani «non è lecito essere tristi. Nella Messa crismale, in cui abbiamo consacrato l’olio dell’esultanza e in tutta la liturgia in genere, che cosa è mai questa caparbia insistenza sul tema della letizia, se non il segnale luminoso che a noi popolo di consacrati non è assolutamente lecito essere tristi? Il contrario di un popolo cristiano è un popolo triste. Purtroppo siamo spesso spenti. Non siamo risorti […]. Il lamento prevale spesso sullo stupore: foglie che cadono ci sgomentano più di quanto ci facciano trasalire di gioia le gemme che rompono la vecchia corteccia dell’albero. Ci manca lo “sguardo simbolico”. Dobbiamo proprio diventare bambini. I bambini sono capaci di simboli»[20].

Rinnoviamo, dunque, il nostro sguardo. Invece di occhi strabici, guardiamo il mondo con occhi simbolici. Impariamo a guardare liturgicamente la realtà con gli occhi pieni di stupore, di meraviglia, di compassione e di amorevole vicinanza. 


[1] «In quel tempo – ricorda mons. Magagnoli, rettore del seminario – era arcivescovo di Bologna il card. Lercaro, maestro di liturgia e, nello stesso tempo, uomo aperto all’azione sociale. Pastore di una diocesi infuocata da ideologie innovatrici, seppe contrapporre in positivo la dottrina sociale della Chiesa. Venne il giovane Tonino nel nostro Seminario, dove nei suoi anni di permanenza trovò, pur nell’umiltà dei mezzi, quello spirito di fiducia nella divina Provvidenza, che insegnava a vivere accanto e insieme ai poveri. Trovò pure la possibilità di dedicarsi, oltre agli studi teologici, essenziali per la formazione di un candidato al sacerdozio, anche quanto poteva servire a conoscere meglio la vita degli uomini del lavoro. Di grande utilità furono i corsi di studi sociali, diretti da esperti maestri e, soprattutto, nei tempi liberi, il frequentare fabbriche bolognesi, sotto la guida dei superiori. Esperienze e studi calati nella sua mente dotata di particolare intelligenza, nel suo carattere aperto e gioviale, accompagnati dalla salute di giovane forte e, soprattutto, corroborati dalla sua schietta fede nel Cristo, gli giovarono, una volta sacerdote e poi vescovo, per entusiasmare file di giovani ad amare Dio e i fratelli e incontrare Cristo nel povero, nel sofferente», A. Magagnoli, Nel decimo anniversario della morte di mons. Tonino Bello, allievo di questo istituto, in C. Sancini, (a cura di), Tra gli uomini del lavoro, per il 60° di sacerdozio di mons. Angelo Magagnoli, Bologna 2003, p. 103.

[2] A. Bello, È rimasto tra la sua gente, vol. VI, p. 334.

[3] Id., Facciamo vivere la liturgia, in V. Angiuli e R. Brucoli (a cura di), La terra dei miei sogni. Bagliori di luce dagli scritti ugentini, Ed Insieme, Terlizzi (BA) 2014, p. 137. 

[4] A. Bello-G. Martella, Relazione sulla partecipazione alla Messa festivaivi, pp. 149-151.

[5] A. Bello, L’eucaristia fonte di vita cristianaivi, pp. 169-170.

[6] Cfr. Id., Il nuovo rito del battesimoivi, pp. 201-207.

[7] A. De Vitis, Ricordi su don Tonino Belloivi, pp. 613-614.

[8] A. Bello, Insieme alla sequela di Cristo sul passo degli ultimi. Progetto pastorale, vol. I, p. 179.

[9] Ivi, p. 184.

[10] Ivi, pp. 163-164.

[11] Ivi, pp. 318- 322.

[12] Id., Omelia per la Messa crismale 1983, vol. II, pp. 13-14.

[13] Id., Omelia per la Messa crismale 1987, vol. II, p. 48. 

[14] Id., Omelia per la Messa crismale 1991, vol. II, p. 77.

[15] Id., Omelia per la Messa crismale 1992, vol. II, p. 85.

[16] Id., I segni dei tempi, vol. II, p. 291.

[17] Id., Torchio e Spirito. Omelia per la Messa crismale 1993, p. 98.

[18] Id., Omelia per la Messa crismale 1984, vol. II, pp. 23-24.

[19] Id. La non violenza in una società violenta, vol. IV, p. 68.

[20] Id., La Chiesa segno di speranza nel mondo, vol. VI, p. 72-73.

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