I botti che esorcizzano la paura o il silenzio di Gesù Bambino? — Arcidiocesi Bari-Bitonto

 
 


Nella notte di capodanno si innalzeranno solo i “botti” e la voglia di scappare da un anno che finisce e forse anche da un anno che inizia con la paura e la sofferenza di tanti che vedono la notte della pandemia non finire mai, il mai avverarsi di tante promesse, che credono di essere “all’ultima curva”. Per i meno depressi forse resta viva la speranza di “vedere presto la luce in fondo al tunnel”? E allora ecco i botti. I “botti” per esorcizzare l’ignoto. È la reazione di Erode che decide di massacrare gli innocenti per paura di perdere il controllo sulla “sua” realtà!

Eppure nella notte la luce c’è già, “la luce vera che illumina ogni uomo”: è la luce di Gesù Bambino che nasce in una grotta, nella grotta del cuore di ogni uomo che ascolta come i Pastori l’annuncio degli Angeli, illuminato dalla luce del sorriso di Maria che tutto crede e dallo sguardo di Giuseppe che vede oltre la notte.

O i botti per fuggire o il silenzio per ascoltare, o i botti della disperazione o il silenzio della speranza. E così, la fine di ogni anno, non è più il momento per buttare via spinti da desiderio di “avere” di nuovo ma un momento per riflettere su quanto vissuto e contemplare l’opera di Dio. Così come in fondo invita a fare Jean Paul Sartre, il filosofo ateo dell’esistenzialismo nichilista dell’Essere e il Nulla, de La Nausea, de Il Muro. In occasione della sua prigionia nel lager nazista di Treviri nel 1940, scrisse, per il Natale di quell’anno, una pièce teatrale in sette scene, intitolata “Bariona, il figlio del tuono“, nella quale si trovò a recitare lui stesso la parte di Baldassarre, uno dei magi portatori di speranza. Una storia estremamente attuale.

Bariona, il capo del villaggio ebraico di Bétshaur, fatto di povera gente oppressa dalle tasse dell’impero romano, organizza una riunione di anziani per decidere di non procreare più: non devono più nascere bambini, così l’oppressione romana non avrà più redditi da tassare. Ma Sara, sua moglie, attende un figlio. Lo comunica al marito che, per coerenza, le chiede di sopprimerlo. Ma non è tutto. Negli stessi giorni giungono dei pastori i quali affermano che a Betlemme in una stalla è nato il Messia. Bariona si arrabbia ancora di più. Ma la sua cresce ancora di più fino a quando alla sua porta bussano Magi dall’antico oriente da molti giorni in viaggio cercare il Messia. Uno di loro, Baldassarre, impersonato sulla scena proprio da Sartre, dice: “È vero, siamo vecchi e conosciamo tutto il male della terra… E tuttavia ci siamo messi in cammino perché volevamo compiere il nostro dovere di uomini che sperano… A chi spera tutto sorride, e il mondo è dato come un regalo!”

Baronia viene cacciato dal villaggio, e alla sua disperazione risponde Baldassarre invitando il capo del villaggio a non cedere alla disperazione ma a sperare contro ogni speranza perché “è per te che Cristo è disceso sulla terra… L’uomo è sempre molto di più di quello che è!”.

Ma Bariona non trova pace. Saputo però da una veggente che il Messia neonato dovrà morire in croce, decide di andare lui stesso a Betlemme e di uccidere lui stesso quel bambino, così indifeso eppure così pericoloso, al fine di conservare nel popolo la “fiamma pura della rivolta”.

A Betlemme però succede qualcosa di strano. In quella grotta Baronia vede Maria di spalle con Gesù in braccio; vede gli occhi di Giuseppe, “chiari come due limpide profondità in un viso dolce e segnato dalla speranza”. Colpito da quella visione Baronia non trova più il coraggio di spegnere quella giovane vita tra le sue e con il cuore gonfio confessa:

“Sono vinto”!

Deve solo trovare la forza di entrare in quella stalla e inginocchiarsi. “Sarebbe la prima volta nella mia vita – pensa tra sé – … ma sarei libero, libero”! E’ il soliloquio che continua a far riflettere sulla “notte” dell’uomo.

Bariona è solo, tragicamente solo! Solo come ciascuno di noi quando, solo, si ritrova sulla soglia della gioia altrui. E allora pensiamo di essere stati abbandonati, anche dagli affetti più cari, soli “sulla strada dal lato del mondo che finisce, ed essi sono dalla parte del mondo che inizia”. Ci sentiamo soli “sul limite della loro gioia e della loro preghiera ormai sconosciute nel mio villaggio deserto”.

Ma tutto questo cambia il cuore di Baronia tanto che alla fine decide di salvare Gesù dalle mani dei mercenari di Erode affinché “non venga assassinata la speranza degli uomini liberi, riposta in “un Dio-uomo, un Dio fatto della nostra umile carne”!

A convincerlo definitivamente, lo sguardo incantevole di Maria di Nazareth che “guarda il suo Bambino e pensa: questo Dio è mio figlio. È Dio e mi rassomiglia”. Nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. “Un Dio piccolo che si può prendere sulle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive”. Per salvare quel piccolo Bambino, Bariona darà la vita insieme ai suoi compagni nello scontro con i mercenari di Erode.

Finisce così la pièce teatrale di Sartre, il dramma dell’arte, che è il dramma della vita. Come a Baronia, quel bambino è andato incontro a Sartre, l’ateo, per invitarlo nel Suo cielo visibile, in una grotta e in una mangiatoia che in questi giorni ha chiamato e continua a chiamare di nuovo ognuno di noi per dirci che non siamo soli, nel tempo passato e in quello che verrà. E allora, la fine e il principio o saranno i “botti” che ci mettono in fuga violenta dallo smarrimento della vita, dalla paura del futuro, dalla disperazione, o sarà il silenzio di chi cerca la Verità di Dio e su Dio, dell’uomo e sull’uomo e il suo destino. E la trova in un Dio Bambino che non ci lascia brancolare nel buio ma che ci illumina con il Suo sorriso ogni giorno dell’anno, e che ci chiede solo di ascoltarlo per farci rinascere nella speranza.

Buona fine e buon principio.

Francesco Buono, parroco di Castel del Piano (Perugia)

© www.agensir.it, venerdì 31 dicembre 2021



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