Il peccato e la conversione – Diocesi Ugento Santa Maria di Leuca

 
 


Ritiro quaresimale al clero ugentino, Basilica di Leuca, 18 marzo 2022.  

Cari sacerdoti, 

in questa riflessione spirituale partiamo da una premessa. Prima di ogni spiritualità soggettiva e personale, c’è la spiritualità cristiana oggettiva e universale che si fonda sull’assioma dell’unità circolare tra lex orandi, lex credendi, lex agendi e sull’anno liturgico come itinerario di fede. I tempi liturgici segnano le coordinate del cammino spirituale. In questo senso ha valore lo slogan che abbiamo formulato fin dall’inizio della mia venuta: Educati dalla liturgia, educare alla liturgia. La liturgia è maestra di vita e ponte tra fede e vita. In questo caso l’assimao va fromultanel segunete modo: lex credendi, lex orandi, lex vivendi. La lex orandi ha il primato e la centralità nella vita del credente. 

Il tempo quaresimale si caratterizza per la sua dimensione penitenziale e battesimale. Il Concilio Vaticano II afferma: «Il duplice carattere della quaresima – il quale, soprattutto mediante il ricordo o la preparazione al battesimo e mediante la penitenza, invita i fedeli all’ascolto più frequente della parola di Dio e alla preghiera e li dispone così a celebrare il mistero pasquale -, sia posto in maggior evidenza tanto nella liturgia quanto nella catechesi liturgica. Perciò: a) si utilizzino più abbondantemente gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale e, se opportuno, se ne riprendano anche altri dall’antica tradizione; b) lo stesso si dica degli elementi penitenziali. Quanto alla catechesi poi, si inculchi nell’animo dei fedeli, insieme con le conseguenze sociali del peccato, quell’aspetto particolare della penitenza che detesta il peccato come offesa di Dio. Né si dimentichi il ruolo della Chiesa nell’azione penitenziale e si solleciti la preghiera per i peccatori. La penitenza quaresimale non sia soltanto interna e individuale, ma anche esterna e sociale»[1].

Anche san Leone Magno sottolinea la prospettiva pasquale: «… Ma ora ci viene chiesto un completo rinnovamento dello spirito: sono i giorni dei misteri della redenzione umana e che precedono più da vicino le feste pasquali. È caratteristica infatti della festa di Pasqua, che la Chiesa tutta goda e si rallegri per il perdono dei peccati: perdono che non si concede solo ai neofiti, ma anche a coloro che già da lungo tempo sono annoverati tra i figli adottivi….». 

La prospettiva battesimale «… Certo è nel lavacro di rigenerazione che nascono gli uomini nuovi, ma tutti hanno il dovere del rinnovamento quotidiano: occorre liberarsi dalle incrostazioni proprie alla nostra condizione mortale. E poiché nel cammino della perfezione non c’è nessuno che non debba migliorare, dobbiamo tutti, senza eccezione, sforzarci perché nessuno nel giorno della redenzione si trovi ancora invischiato nei vizi dell’uomo vecchio. Quanto ciascun cristiano è tenuto a fare in ogni tempo, deve ora praticarlo con maggior sollecitudine e devozione, …».

E la prospettiva responsoriale o decisionale: «Perché si adempia la norma apostolica del digiuno quaresimale consistente nell’astinenza non solo dai cibi, ma anche e soprattutto dai peccati»[2]. Si tratta delcombattimento spirituale e della responsabilità della scelta tra il bene e il male, la benedizione e la maledizione.

Senso di colpa e senso del peccato 

Prima di affrontare il tema del peccato è opportuno distinguere tra senso del peccato e senso di colpa. Pio XII afferma: «Il peccato del secolo è la perdita del senso del peccato». A tal proposito, don Tonino Bello scrive: «Vale anche da noi l’osservazione che il senso del peccato si va orizzontalizzando (Dio non c’entra con le nostre colpe, semmai c’entra il prossimo che viene offeso), mentre il senso del perdono si va verticalizzando (la Chiesa non c’entra col nostro pentimento, semmai c’entra Dio che solo può perdonare)»[3].

Nel nostro tempo al senso del peccato si è sostituito il “senso di colpa”. Si sono svuotati i confessionali e sono aumentati i lettini degli psicologi e degli psicoanalisti. Il senso del peccato, per sua natura, è direttamente proporzionale al senso di Dio. Quanto più l’uomo si incontra “a tu per tu” con il Signore, tanto più scopre e conosce i suoi peccati, sentendosi indegno di stare al cospetto di Dio. 

Tutto questo però non va confuso con un semplice sentimento psicologico, con un’emozione, perché altrimenti non sarebbe autenticamente liberante. Un altro abbaglio del nostro tempo è quello di interpretare il peccato in termini puramente psicologici, legandolo al senso di colpa che la persona prova dopo aver compiuto una trasgressione. Una tale concezione è fuorviante, perché porta a pensare che sia peccato solo ciò che fa sentire in colpa, mentre tutto il resto, anche se oggettivamente non rispetta la legge di Dio, non viene ritenuto peccato grave…

Senso della colpa e senso del peccato sono due cose molto diverse tra di loro. Senso di colpa (essere davanti a se stessi), senso del peccato (essere davanti a Dio). Proviamo a coglierne alcune differenze: il senso della colpa è psicologico, mentre il senso del peccato è teologico; il senso della colpa è monologico, ossia consiste nell’io che guarda dentro se stesso; il senso del peccato è dialogico, perché riguarda il rapporto tra l’uomo è Dio, si coglie nel sentirsi guardati e amati dal Signore; il senso della colpa è frustrante, perché produce amarezza, insoddisfazione, rabbia verso se stessi, rassegnazione al male compiuto; il senso del peccato è liberante, perché fa vedere il male come qualcosa da cui la potenza di Dio può trarre il bene; di conseguenza convince il peccatore a “consegnare” il male da lui compiuto alla misericordia del Signore, che sa scrivere dritto anche sulle righe storte della nostra esistenza; il senso della colpa è legato al timore, quello del peccato all’amore: la colpa, infatti, nasce dalla consapevolezza della trasgressione di una regola; il peccato dalla coscienza di avere offeso l’amore di Dio e di aver deluso le sue attese di Padre, la fiducia da lui riposta nei nostri confronti; il senso del peccato è allora maturante, perché ci fa crescere nel desiderio di amare il Signore e, prima ancora, di lasciarci amare da Lui; il senso della colpa invece rischia di farci restare sempre fermi allo stesso punto, perché può portare a fissarci su alcune trasgressioni, impedendoci di verificare tutto l’ampio panorama del nostro rapporto con Dio, con i fratelli e con noi stessi. Il rischio è quello di confessare solo ciò che ci fa “sentire” in colpa, e non quello che realmente ferisce in noi l’amore di Dio. Solo l’autentico senso del peccato genera in noi il dolore perfetto, quello cioè che si lega all’amore e non alla paura del castigo di Dio. 

Il peccato

Il peccato non è solo un atto, ma una condizione/stato in cui l’uomo si trova ed è immerso (“nel peccato mi ha concepito mia madre”) e, nello stesso tempo, una disposizione fondamentale del suo desiderio, della sua intelligenza e della sua volontà e della sua libertà 

Il Catechismo della Chiesa Cattolica definisce il peccato nel seguente modo: «Il peccato è una mancanza contro la ragione, la verità, la retta coscienza; è una trasgressione in ordine all’amore vero, verso Dio e verso il prossimo, a causa di un perverso attaccamento a certi beni. Esso ferisce la natura dell’uomo e attenta alla solidarietà umana. È stato definito “una parola, un atto o un desiderio contrari alla Legge eterna»[4]. Inoltre «il peccato è un’offesa a Dio: “Contro di te, contro te solo ho peccato. Quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto” (Sal 51,6). Il peccato si erge contro l’amore di Dio per noi e allontana da lui i nostri cuori. Come il primo peccato, è una disobbedienza, una ribellione contro Dio, a causa della volontà di diventare “come Dio” (Gen 3,5), conoscendo e determinando il bene e il male. Il peccato pertanto è “amore di sé fino al disprezzo di Dio”.  Per tale orgogliosa esaltazione di sé, il peccato è diametralmente opposto all’obbedienza di Gesù, che realizza la salvezza»[5]). 

Il peccato nell’Antico Testamento 

Il primo termine è hattà. Ricorre 595 volte nella Bibbia e si traduce: mancare il bersaglio. In tal senso, ambedue i figli sono “fuori bersaglio”. Hanno un Padre coi fiocchi e si rapportano a Lui come due ingrati, incapaci persino di accorgersi della propria nefandezza: «Era il peccato più difficile da sanare – scrive S. Agostino – il fatto che non mi ritenessi peccatore». Quando l’uomo è “fuori bersaglio”, la sua distanza da Dio diventa siderale. 

Vi è poi un secondo termine che indica il peccato: awòn, ovvero, torcere. Ricorre 227 volte nella Bibbia e denota l’atteggiamento di chi distorce la conoscenza di Dio. É la falsificazione dell’insegnamento di Gesù e del volto di Dio. In questo caso, dietro il peccato si nasconde un inganno satanico. Perché Satana è il fallito principe della distorsione. 

Vi è infine un terzo termine ebraico, il più esplicito. È il termine pesā: ribellione. Ricorre nella Bibbia 132 volte. É l’atteggiamento di ambedue i figli della parabola, che si traduce nella sfrontatezza di voler essere come Dio e, talvolta, nasconde la pretesa di dare lezioni a Dio. Non un singolo atto dunque, per quanto malvagio, ci allontana da Dio, quanto il nostro modo di ragionare e di agire ci qualifica come peccatori, ovvero come lontani da Lui. Per guarire da tale “vecchiume” è necessario lasciarsi cingere dalle braccia del Padre di Gesù Cristo e sperimentare la forza rigenerante del suo perdono. 

Il peccato nel Nuovo Testamento 

Il termine più frequente nel NT per indicare il peccato è hamartia, usato al plurale indica diverse azioni colpevoli. Tipiche sono le frasi: “confessione dei peccati” (cfr. Mt 3,6; Mc 1,5; 1Gv 1,9), “remissione dei peccati” (cfr. Mt 26,28; Mc 1,4; Lc 1,77; 3,3; 24,47; At 5,31; Col 1,14) “salvare dai peccati” (cfr. Mt 1,21). Paolo usa questo termine al plurale nelle citazioni esplicite (cfr. Rm 4,7-8; 11,27) e implicite dell’AT (cfr. 1Ts 2,16: Gen 15,16; 1Cor 15,17) e nelle formule liturgiche (cfr. 1Cor 15,31; Gal 1,4; Col 1,14). Spesso usa il termine hamartia al singolare per indicare una potenza maligna personificata che regna nel mondo (cfr. Rm5,12ss). Nel quarto Vangelo, il termine al singolare designa una disposizione interiore permanente dell’uomo e dell’umanità (cfr. Gv 8,21; 9,41).

Hamartema indica l’effetto di un atto peccaminoso libero e cosciente. Generalmente è usato al plurale (cfr. Mc 3,28; 1Cor 6,18; Rm 3,25); al singolare è adoperato per il peccato imperdonabile contro lo Spirito Santo (cfr. Mc 3,29).

Paraptoma significa caduta, passo falso, ed è usato spesso al plurale (cfr. Mt 6,14; Mc 1,25; 2Cor 5,19; Gal 6,1; Rm 4,25; 5,15.16.18.20; Ef 1,7; 2,1; Col 2,13).

Parabasistrasgressione, si trova nelle lettere paoline e nell’ epistola agli Ebrei (cfr. GaI 3,19; Rm 2,23; 4,15; 5,14; 1Tm 2,14; Eb 2,2; 9,15).

Opheilema, debito, un termine raro nell’AT, è derivato dal linguaggio giuridico del tardo giudaismo. Mt lo adopera nella preghiera del Padre nostro (cfr. Mt 6,12): il peccato è assimilato a un debito, che si deve pagare al Padre, come dobbiamo rimettere i nostri debiti al prossimo. In san Paolo il concetto affiora nella metafora del “chirografo“, cioè del biglietto di debito soppresso dalla croce di Cristo (cfr. Col 2,14).

Anomiaingiustizia, serve a designare uno stato generale di ostilità contro Dio in un contesto escatologico ed equivale ad una condizione generale di perversione religiosa (cfr. Mt 7,23; 13,41; 23,28; 24,41). Paolo usa il termine nelle formule derivate dalla catechesi primitiva (cfr. 2Ts 2,7; 2Cor 6,14).

Adikia, termine affine al precedente, indica uno stato di ingiustizia (cfr. Lc 13,27; 16,8s; 18,6; At 1,18). È frequente nella lettera ai Romani (cfr. Rm 1, 18.29; 2,8; 3,5; 6,13; 9,14)

Il peccato è espressione di ateismo pratico

Atteggiamento                      Dimensione verticale                        Dimensione orizzontale

Sostituzione                                       come Dio                     uniformità / assenza della differenza 

Lotta                                                   contro Dio                   inimicizia / uccisione del fratello

Assenza                                              senza Dio                                  mai senza l’altro

La praxis ossia la conversione 
(metamorfosi, ascesi, esercizio spirituale, lotta, combatimento)

San Leone Magno scrive: «Il cristiano è posto di fronte a nemici astuti (callidi adversarii, nequissimi hostes, inimici) intenti a tendergli trappole (insidiae, laquei, deceptiones) in una lotta continua (certamen, pugna) nella quale, pur muniti delle armi spirituali (cfr. Ef 6, 14-17) risulta inevitabile riportare alcune ferite (vulnera). Sono rimanendo uniti a Cristo è possibile riportare la vittoria»

La parola “conversione” ha una triplice accezione: filosofica, teologica ed etica. Platone, nel dialogo Repubblica VII 518c-d, utilizza i termini periagoghe metastrophe per indicare colui che volge la testa e i suoi occhi da un’altra parte. In tal senso, convertirsi vuol dire voltare le spalle alle apparenze immediate (e ai facili guadagni!) e prestare attenzione a ciò che rimane ed ha valore oltre il sensibile. 

In senso teologico, conversione ha un triplice significato: per l’Antico Testamento vuol dire tornare indietro e rifare il cammino per incontrare Dio (shub); per il Nuovo Testamento significa guardare con attenzione per vedere la reale presenza di Dio (epistrephein) e, per questo, cambiare i propri parametri di riferimento e di giudizio (metanoein). 

Da queste considerazioni filosofiche e teologiche discende il significato etico del termine. In questo caso, convertirsi significa evitare il male e agire secondo giustizia e verità, mettendo in atto comportamenti virtuosi.

La conversione richiede la convinzione del peccato, contiene in sé il giudizio interiore della coscienza, e questo, essendo una verifica dell’azione dello Spirito di verità nell’intimo dell’uomo, diventa nello stesso tempo il nuovo inizio dell’elargizione della grazia e dell’amore: “Ricevete lo Spirito Santo”. Così in questo “convincere quanto al peccato” scopriamo una duplice elargizione: il dono della verità della coscienza e il dono della certezza della redenzione. Lo Spirito di verità è il Consolatore»[6].


[1] Sacrosanctum concilium, 109-110.

[2] Leone Magno, Discorso 6 sulla Quaresima, 1, 2.

[3] A. Bello, Scritti, I, 194.

[4] Catechismo della Chiesa Cattolica, 1849.

[5] Ivi, 1850.

[6] Catechismo della Chiesa Cattolica, 1848.

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