La culla e la croce nell’albero di Natale – Diocesi Ugento Santa Maria di Leuca

 
 


Articolo del Vescovo apparso su “Nuovo Quotidiano di Puglia”
lunedì 19 dicembre 2022, pp. 1 e 7.

Non tutti sono a conoscenza dell’origine dell’usanza di allestire l’albero di Natale. Non è infrequente che anche su questa tradizione si instauri una certa polemica da parte di chi sostiene il suo significato pagano, laico o magari celtico, legato all’antica celebrazione del solstizio d’inverno. L’immagine di un rito pagano nelle terre germaniche e scandinave è alquanto radicata nel pensiero collettivo.

Intanto è opportuno ricordare che il legame tra l’uomo e il culto degli alberi è molto antico. Ha un valore primordiale, in quanto diverse civiltà considerano l’albero simbolo di vita e di rigenerazione dal momento che, con le sue radici e le sue fronde, sembra collegare la terra al cielo. Nella mitologia e nella storia, l’albero è uno dei simboli più ricchi di significati. Richiama la grandiosità e la bellezza del mistero della vita. Per questo è venerato come sede degli dei, come segno della rigenerazione periodica della vita (la latifoglia) e dell’immortalità (il sempreverde) o è anche inteso come “asse del mondo” con le radici fissate al suolo e le chiome protese verso il cielo. Si va così dall’albero dell’universo cinese a quello rovesciato indiano, dall’albero della rinascita egiziano a quello del paradiso maya, dall’abete sacro romano al frassino cosmico della mitologia nordica. 

L’albero di Natale cristiano è certamente collegato a tutto ciò, in quanto parte di una concezione radicata nell’essere umano. Del resto, la Bibbia non è immune dal fascino delle piante. Tre botanici italiani, Maria Grilli Caiola, Paolo Maria Guarrera, Alessandro Travaglini, con l’opera Le piante nella Bibbia, raggruppano piante intere, foglie, fiori, frutti, semi in 10 categorie, a iniziare da quelle della Terra Promessa per finire con quelle della Menorah e della Sindone e, in 12 tabelle riassuntive, richiamano il nome volgare delle piante citate, il binomio scientifico in latino, le citazioni nel libro biblico.

Per questo il teologo luterano Oscar Culmann (1902-1999), in un passo del suo librettino All’origine della festa del Natale, precisa che «solo la primissima forma cristiana è in rapporto con i riti pagani: da un lato col primordiale culto degli alberi, dall’altro con l’antica celebrazione del solstizio d’inverno». Joseph Ratzinger, in un testo del 1978, sottolinea che «quasi tutte le usanze prenatalizie hanno la loro radice in parole della Sacra Scrittura. Il popolo dei credenti ha, per così dire, tradotto la Scrittura in qualcosa di visibile […]. Gli alberi adorni del tempo di Natale non sono altro che il tentativo di tradurre in atto queste parole: il Signore è presente, così sapevano e credevano i nostri antenati; perciò gli alberi gli devono andare incontro, inchinarsi davanti a lui, diventare una lode per il loro Signore».

Tuttavia, lo stesso Culmann sottolinea che, nella forma della tradizione attuale, l’albero di Natale ha un’origine specifica. Pertanto «il significato cristiano dell’albero di Natale non va fatto derivare dal solstizio d’inverno, che certo è anch’esso in questione, ma solo indirettamente. Esso ha un’origine propria e risale a una tradizione medievale e al suo significato religioso: le rappresentazioni dei “misteri” che, nella Santa Notte, mettevano in scena davanti al portale delle chiese e delle cattedrali la storia del peccato originale nel paradiso terrestre. Esse sono la vera culla del nostro albero di Natale con la sua decorazione simbolica».

Almeno dal Quattrocento, nei sagrati delle chiese, i fedeli erigevano il 24 dicembre l’albero del Paradiso, appendendovi mele per ricordare il racconto della Genesi, direttamente collegato al fatto che il giorno successivo, a Natale, ci sarebbe stata la redenzione con la nascita di Gesù. Una miniatura salisburghese dell’anno 1489 illustra il messaggio in modo chiarissimo: un albero, la cui chioma è folta di mele e ostie, ha appeso sulla sinistra un crocifisso e sulla destra un teschio; sotto il primo Maria coglie le ostie, sotto il secondo Eva distribuisce le mele. In altre raffigurazioni, Gesù Bambino è raffigurato addormentato sulla croce. In questo senso, l’albero natalizio indica, nello stesso tempo, la culla e la croce di Cristo. Il mistero del Natale si unisce a quello della Pasqua proprio grazie a una pianta.

Accanto a questo simbolo religioso, l’albero di Natale esprime anche un significato culturale. Si oppone al progetto radicale e alla cultura del rizoma, messa in auge da Gilles Deleuze (1925-1995) e Félix Guattari (1930-1992)[1]. I due autori francesi, infatti, rifiutano di richiamarsi all’immagine dell’albero e preferiscono riferirsi al rizoma, pianta senza radice e senza fusto; una specie di tubero che vive sotto terra allo stato scomposto, disordinato, secondo le sue imprevedibili pulsioni. Di conseguenza Deleuze afferma che il punto fondamentale del vivere è «fare rizoma e non mettere radici»[2].

Non c’è chi non vede la drammaticità di questa visione. «In quanto non-albero, – scrive don Tonino Bello – il rizoma è il rifiuto dell’altro, del “di sopra”, di ogni verticalità. Questo significa procedere senza norma, senza un codificato sistema di valori. Saltano in aria tutti i sistemi di significato, tutte le scale di valori che la nostra cultura ci ha tramandato. In quanto non-radice, poi, il rifiuto è di ogni fondamento razionale, tradizionale, di ogni riduzione a unicità, di ogni forza di sintesi. La conseguenza è la discrasia, lo iato, la frantumazione, la molecolarizzazione anche del nostro impegno morale e dell’impegno politico»[3].

Ben venga, dunque, l’albero di Natale a ricordarci che Cristo è il vero albero della vita, i cui frutti sono convivialità, giustizia e pace.   


[1] Cfr. G. Deleuze – F. Guattari, 1980, Mille plateaux. Capitalisme et schizophrénie, Paris, Minuit; trad. it., a cura di G. Passerone, Mille pianiCapitalismo e schizofrenia, Castelvecchi, Roma, 2010.

[2] G. Deleuze, Différence et répétition, PUF, Paris, 1968; trad. it., a cura di G. Guglielmi, Differenza e ripetizione, Cortina Raffaello, Milano, 1997, p. 295.

[3] A. Bello, La non violenza in una società violenta, in Id., Scritti di pace, Molfetta, Mezzina 1977, p. 60.

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