Luigi Pugliese (1896-1923), vescovo ad Ugento nel Salento – Diocesi Ugento Santa Maria di Leuca

 
 


di Mons. Salvatore Palese, Direttore dell’Archivio Storico della Diocesi di Ugento-Santa Maria di Leuca.

Ad Ugento, in cima allo scalone che porta al piano superiore della residenza vescovile, nel 1920 fu posta una grande epigrafe marmorea, in onore del vescovo Luigi Pugliese. L’epigrafe latina, letta da pochi e non compresa da molti, contiene l’omaggio del clero e dei fedeli al vescovo venuto da Cerignola, nel suo settantesimo anno di età e nella ricorrenza del suo venticinquesimo di episcopato.

L’epigrafe fu posta per dire la gratitudine al vescovo per la prudenza dimostrata nel governo pastorale e, al tempo stesso, voleva essere un segno duraturo di amore per lui. Con precisione era detto il suo itinerario episcopale. Dunque dalla Calabria tirrenica al Salento estremo nella diocesi dei due mari, lo Ionio e l’Adriatico, dalla Puglia settentrionale alla Calabria e, infine, alla Puglia meridionale[1]. L’epigrafe rimane come una delle poche testimonianze monumentali di quell’episcopato che fu a cavallo tra Ottocento e Novecento, a cento anni della odierna diocesi ugentina, definita nei suoi confini nel 1818.

Nell’Archivio Storico Diocesano è notevole la documentazione del suo episcopato che, per durata, è secondo a quello del successore Giuseppe Ruotolo (1937-1968) e scavalca di poco quello del predecessore, il biscegliese Francesco Bruni (1837-1861)[2]. Vale la pena aggiungere che quest’ultimo fu nominato a trentotto anni, Ruotolo a trentanove e Pugliese a quarantasei. 

La sua nomina

Tra le carte ugentine ci sono quelle riguardanti la sua nomina che il futuro biografo potrà definire nel suo iter, con appropriate ricerche nell’Archivio Apostolico Vaticano e nell’Archivio Centrale dello Stato a Roma. Leone XIII (1878-1903) lo trasferì ad Ugento il 22 giugno 1896[3]. Ma lo aveva preceduto re Umberto l’11 giugno. Il 13 dello stesso mese il Ministro Guardasigilli aveva controfirmato e trasmesso la nomina regia. Dopo la nomina pontificia, il card. Angelo Bianchi, protonotario della Dataria del Papa, inviò copia autentica della nomina di Leone XIII al Capitolo della cattedrale ugentina e al clero della diocesi, alla popolazione di Ugento e anche ai “vassalli” del vescovo. Egli, però, non poteva entrare in diocesi senza il regio exequatur. Questo fu dato solamente il 27 novembre e, quindi, il nominato vescovo il 7 dicembre mandò la procura per la presa di possesso al canonico Luigi Gigli che, di fatto, la compì il 13 dicembre 1896[4].

L’analisi dei fascicoli vaticani e di quelli statali potranno fornire elementi utili alla estimazione che le autorità ecclesiastiche e civili avevano nei confronti di Luigi Pugliese. La vicenda della sua nomina vescovile, come anche per quella di altri, si collocava nel clima generale dei rapporti tra la Santa Sede e il Regno d’Italia e, quindi, dei conflitti giurisdizionali perduranti nei lunghi decenni della Questione romana. 

Frattanto mons. Pugliese aveva scritto e stampato la lettera pastorale da inviare alla diocesi datata 27 novembre 1896, da Cerignola. Sulla copertina dell’opuscolo grandeggiava lo stemma prescelto: era quello della città natale, evidentemente a lui molto cara; un animale acquatico afferra una serpe con il lungo becco, forse per difendere la sua nidiata. Mons. Pugliese aveva fatto aggiungere sui lati tre spighe di grano e un tralcio di vite con tre grappoli di uva: simboleggiavano le colture fiorenti della sua terra[5].

Cenni biografici

Mons. Pugliese era nato a Cerignola il 25 dicembre 1850. Si era formato nel seminario di Ascoli Satriano, la diocesi unita a quella di Cerignola. Era stato ordinato prete il 19 settembre 1874. E nello stesso seminario ritornò subito ad insegnare. Nella diocesi nativa fu inserito come mansionario nel Capitolo della cattedrale di Cerignola e fu impegnato come coadiutore nelle parrocchie urbane dell’Addolorata e del Carmine. Anzi, di quest’ultima, mons. Domenico Cocchia (1887-1900), il vescovo cappuccino, lo nominò parroco nel 1890 sino alla prima nomina vescovile. Sappiamo poco del suo contributo alla costituzione della Congregazione sacerdotale del SS.mo Crocifisso, i cui statuti furono approvati nel 1885. Probabilmente la sua personalità sacerdotale si affermò nella società cittadina grazie al suo coinvolgimento nell’Opera San Vincenzo, nella fondazione delle Dame di Carità, nella organizzazione del poliambulatorio nella casa delle Suore Vincenziane, nella istituzione dell’Opera Pia “Tommaso Russo”. 

Tra le carte ugentine si conservano due quaderni con il titolo Registro delle deliberazioni, riguardanti la gestione dell’Opera pia Anna Maria Rossi collegata con la parrocchia della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo, dal 25 aprile 1890 al 4 ottobre 1895. Infine, fu nominato canonico penitenziere della cattedrale di Cerignola. Ma per comprendere il ventennio sacerdotale di Luigi Pugliese bisognerà valorizzare i dati forniti di recente dal prof. Angelo Giuseppe Dibisceglia nelle pagine dedicate al vescovo Cocchia nel suo ricco volume sul successore Angelo Struffolini (1901-1914). E sarà illuminante poter conoscere i rapporti con il concittadino don Antonio Palladino, figura di spicco del movimento cattolico della città e della Capitanata e parroco nella chiesa di San Domenico[6].

Il vescovo Cocchia non fu estraneo alla nomina vescovile del suo prete. Don Pugliese fu nominato vescovo di San Marco Argentano e Bisignano il 5 giugno 1895 e, di conseguenza, si fece ordinare a Roma il 30 giugno dal cardinale Lucido Maria Parocchi, ma non poté raggiungere la diocesi calabrese senza il regio exequatur che non fu dato. Di conseguenza, forse per intervento del suo vescovo Cocchia che era stato amministratore apostolico dell’arcidiocesi di Otranto dal 1884 al 1887, fu nominato il 22 giugno 1896 vescovo di Ugento: la diocesi dei due mari e la diocesi estrema della provincia di Terra d’Otranto. A Cerignola, intanto, si concludevano i lavori per l’ospedale cittadino Tommaso Russoe mons. Pugliese fu accanto al suo vescovo Cocchia nell’inaugurazione del 19 settembre[7]

La sua prima lettera pastorale

La sua lettera pastorale del 27 settembre, la prima al clero e ai fedeli ugentini, aveva il titolo Amor che non muore[8].

Il neovescovo dichiarò subito che l’amore di Dio avrebbe informato la sua presenza di padre perché di lì tutto deve partire e lì deve convergere tutta l’attività responsabile del vescovo, come del resto deve ispirare tutta la vita cristiana. Colpisce la sua promessa: «vengo con fermo proposito di non allontanarmi finché avrò vita»[9]. E dopo il saluto alla sua famiglia, al vescovo Cocchia, al Santo Padre e ai suoi confratelli di Cerignola, egli si propose di preservare i figli affidatigli dalla incredulità, dalla miscredenza; di aprire gli occhi a quanti li avevano chiusi alla luce della verità. Come Gesù buon pastore – egli scrisse – «seguirò il suo esempio per farvi buoni credenti»[10] e rivolgendosi ai componenti della diocesi, canonici della cattedrale, parroci e laici delle famiglie, delle confraternite e delle associazioni, ma pure alle autorità civili, agli insegnanti e a tutti i cattolici, li invitò a stringersi in una sola famiglia: «insieme risolveremo la tanta clamorosa questione sociale»[11]. Come indicava Leone XIII, bisognava diventare tutti operosi: «fare azione cattolica è il programma del papa e diventerà il nostro motto»[12]. E per azione cattolica egli intendeva oratori festivi, diffusione della buona stampa, segretariato del popolo, casse rurali, società di mutuo soccorso, società cooperative agricole, biblioteche circolanti per i giovani, associazioni di assistenza dei poveri infermi: tutte espressioni concrete della cristiana carità derivanti dalla divina carità che vuole tutti fratelli. 

Erano le esperienze che il movimento dei cattolici impegnati diffondeva nella città da riempire di aneliti di giustizia e di solidarietà. Era l’esperienza di un “prete sociale”, come li desiderava papa Pecci, che veniva proposta ai cattolici di una piccola diocesi del Salento estremo da un vescovo che veniva dalla Capitanata. Il nuovo vescovo esprimeva sé stesso, la sua esperienza spirituale, la sua cultura pastorale, i suoi desideri, i suoi progetti e le sue proposte. 

Mons. Pugliese era stato un prete nella società della Capitanata e voleva operare da vescovo in quella del Salento. Ma i contesti ecclesiali, sociali e culturali erano molto diversi: la diocesi ugentina contava sessantamila abitanti disseminati in trenta località. 

Le fonti per lo studio del suo episcopato

A quella prima lettera pastorale, mons. Pugliese ne fece seguire altre, soprattutto quelle quaresimali preparatorie alla Pasqua, negli anni 1898-1911[13]. Non ne conosciamo degli anni seguenti. Con convinzione egli seguì gli orientamenti che venivano da Roma e divulgò le direttive di Leone XIII e gli sviluppi del successore Pio X (1903-1914). Ed egli li adattò alle condizioni della sua gente. Non si trattava di scrivere alta dottrina, ma di sollecitare comportamenti e di suggerire iniziative utili, nel contesto della vicenda del mondo cattolico salentino e delle trasformazioni che si andavano delineando nella società nazionale e provinciale. Anche nell’estrema diocesi salentina c’era la minaccia degli anticlericali, dei socialisti e dei massoni.

E delle condizioni sociali, culturali, economiche e amministrative dei paesi della sua diocesi, egli prese conoscenza quando compì la sua prima visita pastorale a tutte le parrocchie nel 1898. Seguirono le visite nel 1904, nel 1908-1909, nel 1910, nel 1916 e, infine, nel 1921. E quanto mons. Pugliese andò conoscendo e operando lo si può leggere nelle sintesi periodiche sullo stato della diocesi, che egli inviò a Roma nella ricorrenza della visita ad limina Apostolorum nel 1898, nel 1909 e nel 1917. Si aggiunga che la diocesi fu visitata dall’inviato romano nel 1904.

Lettere pastorali, relazioni di visite diocesane e sintesi inviate a Roma sono le fonti precipue per conoscere le diocesi e i loro vescovi, il loro impegno e i risultati della loro presenza. Quando si scriverà la storia dell’episcopato di mons. Pugliese a queste fonti si potrà attingere copiosamente. Sarà altrettanto utile la corrispondenza ricevuta, conservata nei quindici faldoni del Fondo «Vescovi», la corrispondenza con singoli preti raccolta nelle cartelle di ciascuno di loro (come quelle con il giovane Giovanni Panico), le pratiche riguardanti le parrocchie e il conferimento dei benefici ecclesiastici delle chiese, conservata nelle relative raccolte documentali. Sono pure da considerare le notificazioni e le lettere pastorali sottoscritte insieme con gli altri vescovi della Conferenza Episcopale Pugliese. Infine, sarà utile la consultazione degli archivi del Capitolo della cattedrale di Ugento, depositato nell’Archivio Storico Diocesano, dove è stato anche versato l’Archivio Capitolare della cattedrale – poi chiesa collegiata – di Alessano. Non dovrà omettersi, infine, la consultazione della stampa del tempo.

L’episcopato di mons. Pugliese iniziò nell’ultimo decennio di papa Leone XIII e scorre nel pontificato di Pio X e di Benedetto XV (1914-1922), sino ai primi anni di Pio XI (1922-1939), eletto nel 1922. Quel ventennio fu segnato dalla crisi perdurante dei governi liberali, dalla guerra contro l’Impero Turco per il possesso della Libia e, soprattutto, dal primo conflitto mondiale nel quale l’Italia fu coinvolta dal maggio 1915 al novembre 1918, cui seguì l’epidemia della spagnola. 

Negli anni di mons. Pugliese ad Ugento, i cattolici approdarono al coinvolgimento della politica nazionale, con il Patto Gentiloni del 1913, per arginare l’avanzata dei socialisti e, soprattutto, con l’originale proposta del Partito Popolare di don Luigi Sturzo del 1919. Ma questi approdi si vanificarono quando rivendicazioni sociali e violente passioni nazionaliste originarono quella turbolenza che si ripercosse nelle vicende amministrative di città e comuni anche nel Salento. Si aprì così la strada al fascismo.

Anche ad Ugento e nei paesi della diocesi si affermò rapidamente il partito di Benito Mussolini. Nella primavera-estate del 1921 i contadini delle leghe bianche occuparono le terre demaniali del litorale ionico, ma contro di loro si scatenarono le squadre fasciste nell’aprile del 1922 e minacciose si videro anche nelle vicinanze del palazzo vescovile. Quei fatti ebbero risonanza nelle aule parlamentari e vasta eco nella stampa locale. L’anziano vescovo rimase provato da tanti contrasti sociali e politici. Quando Mussolini ricevette l’incarico di formare il governo, il 30 ottobre 1922, era iniziato il suo ultimo anno di vita.

La visita apostolica del 1904-1906: una crisi evitata

Alla fine del 1904 giunse ad Ugento il passionista padre Flaviano dell’Addolorata come visitatore apostolico con ampli poteri investigativi e con particolare attenzione sulla efficienza del seminario vescovile e la condizione del clero, con ampi poteri investigativi e con particolare attenzione sull’efficienza del seminario vescovile e la condizione del clero.  E così avvenne in tutte le diocesi italiane, nel clima di rinnovamento promosso da papa Pio X[14].  

Sulla condizione del clero, mons. Pugliese, appena arrivato nella sede ugentina, si procurò l’elenco dei preti residenti in diocesi[15]. Negli elenchi forniti dai vicari foranei traspare il dato rilevante che i preti diocesani erano prevalentemente anziani e numerosi a confronto degli abitanti dei paesi che complessivamente si aggiravano intorno alle 60.000 unità[16]. Come poi il vescovo rilevò nella visita pastorale del 1898, intono ai parroci delle chiese matrici, vi erano preti di messa e preti di casa, preti funeranti e preti elettori di chiese con le loro confraternite, preti maestri in casa e talvolta vicini alle nuove aggregazioni religiose e sociali che andavano sorgendo nei paesi più popolosi[17]. Nel corso del suo episcopato mons. Pugliese, dei sacerdoti anziani, ne vide morire 89[18].

Al vescovo non sfuggirono invidie e gelosie, divisioni e polemiche che poi originarono cattiverie vere e proprie: sia pur contenute le ombre non mancavano. La frammentazione del clero rifletteva la frammentazione della popolazione in cui i preti da sempre erano radicati. Non mancavano parroci pastori veri e propri: mons. Pugliese divenne consapevole della necessità di un impegno ammodernato e di uno stile di relazioni da coltivare. La efficienza del seminario, per la formazione giovanile, era nelle preoccupazioni del vescovo. Come egli aveva comunicato a Roma nella relazione del primo dicembre 1899, era necessario un denso impulso rinnovatore che aveva bisogno dei tempi lunghi. 

Lo stesso visitatore apostolico nella relazione conclusiva scrisse che i parroci «spiegavano il vangelo eccetto due o tre che ne leggevano il cartello perché non potevano imparare a memoria; facevano catechismo per classi e usavano per testo il ven. Morelli» cioè il catechismo composto dall’arcivescovo di Otranto e largamente diffuso; preparavano i fanciulli alla cresima e alla prima comunione, amministravano i sacramenti e assistevano con carità i moribondi. Spesso chiamavano i missionari, sicché nel giro di pochi anni tutta la diocesi “veniva evangelizzata”. E aveva concluso: «non mancano altre sacre funzioni, pii esercizi, associazioni di giovinetti dell’uno e dell’altro sesso, per fomentare la pietà e la devozione del popolo». 

E sul seminario ugentino il giudizio del visitatore fu severo, tanto che mons. Pugliese lo ritenne ingiusto, e nel dicembre 1905 si sentì in dovere di contestarlo. Il visitatore, addirittura, aveva riferito che ad Ugento non pochi desideravano il trasferimento del vescovo ad altra sede, tanto era avversata la sua opera rinnovatrice. E il passionista padre Flaviano sottoscriveva l’esigenza del provvedimento. A Roma incaricarono il vescovo di Lecce Gennaro Trama di un suo parere a riguardo; ed anche questi il 20 gennaio 1906 condivideva l’opportunità del trasferimento di mons. Pugliese ad altra sede, dove “con l’esperienza acquisita a sue spese e mercé le buone doti di cui non manca, mons. Pugliese farà un buon governo”. 

Le carte della visita apostolica comprendono anche i bilanci della mensa vescovile, del Capitolo, delle confraternite ugentine e del seminario, per l’anno 1905. La documentazione conservata merita un’analisi accurata per comprendere la non facile condizione di un vescovo di periferia. Mons. Pugliese rimase ad Ugento ed accettò i suggerimenti per l’ammissione agli ordini dei giovani. A Roma, il card. prefetto della Congregazione del concilio comprese la fatica del vescovo e mons. Pugliese continuò a lavorare tra le popolazioni salentine, certamente fedeli alle tradizioni cristiane, ma pur segnate dalla piaga della bestemmia e dell’ubriachezza. Vi erano i gentiluomini del paese che professavano idee liberali e non nascondevano atteggiamenti di indifferenza religiosa. La gente della diocesi era un mondo di contadini vessati dalle angherie dei grandi agrari e dei loro “fattori”. 

Con la visita apostolica si concluse il primo decennio salentino di mons. Pugliese. Il suo trasferimento avrebbe aperto una crisi istituzionale della diocesi ugentina. Perciò gradito fu da lui l’album con centinaia di firme beneauguranti al suo lavoro pastorale.

Nella Conferenza Episcopale Pugliese

Divenuto vescovo di Ugento, mons. Pugliese entrò a far parte della Conferenza Episcopale Pugliese che aveva iniziato a riunirsi nel 1892. Egli cominciò a partecipare nel 1897 quando i vescovi si riunirono a Lecce, per la quinta volta, nei giorni 17-22 novembre. Si trattarono problemi pastorali comuni a tutte le diocesi della regione, come esigevano gli sviluppi della società italiana: urgeva il miglioramento della condizione del clero e della sua formazione. Ne ho trattato in altra sede con ripetuti approfondimenti specifici, dai quali si deduce che i vescovi avevano sensibilità diverse nella ricerca di soluzioni e nella scelta di orientamenti accumunanti. Vi erano vescovi culturalmente intransigenti e vescovi meno rigidi che cercavano gli spazi possibili di operare nella società che cambiava: un episcopato plurale era quello presente nella regione pastorale pugliese che si andava formando[19].

Mons. Pugliese sottoscrisse l’appello che i vescovi indirizzarono a papa Leone XIII, il 15 febbraio 1900, da Taranto, a conclusione del Congresso nazionale dei cattolici, e di quello regionale di Bari del 26 febbraio 1902 e, infine, quello inviato il 24 aprile 1903[20].

La sua firma compare anche nel messaggio che da Lecce, il 1° maggio 1907, i vescovi rivolsero a papa Sarto, Pio X, che aveva fatto intendere la sua volontà di un seminario maggiore comune per le diocesi della regione, per gli studi filosofici e teologici. Fu l’inizio di un percorso non facile, che conseguì risultati concreti. Il 3 settembre 1908, da Lecce, tutti i vescovi annunziarono alle loro diocesi che il comune seminario si sarebbe aperto nella detta città presso il Collegio Argento dei gesuiti che lo avrebbero diretto. Pio X aveva sollecitato convergenze e collaborazioni per il fatto nuovo che avrebbe segnato la storia religiosa e culturale del Novecento pugliese[21]. Il vescovo di Ugento era convinto della sua utilità. E quando il 7 novembre 1908 affluirono i seminaristi dalle varie diocesi e fecero gli esercizi spirituali, il mercoledì 11 novembre, alle sei del mattino, nella cappella del seminario mons. Pugliese, richiesto dai gesuiti, tenne ai giovani «un nobile fervorino» preparatorio alla comunione eucaristica generale. Più tardi nella cattedrale si svolse la solenne inaugurazione[22]. Tra i giovani vi erano pure quelli ugentini.

Ma gli entusiasmi iniziali furono brevi. Nel 1909 mons. Pugliese, nella sua relazione ad limina, non nascose le sue perplessità ed informò che due suoi giovani li aveva mandati alla Pontificia Accademia Napoletana e un terzo al Collegio Leoniano di Roma e un quarto al Seminario Romano del Laterano[23].

Nel 1911 fu compiuta la prima visita apostolica al seminario leccese e dagli atti si evince che le preoccupazioni del vescovo ugentino non erano infondate[24]. La fragilità dell’impianto apparve quando il grande Collegio Argento fu requisito dal governo e destinato ai servizi militari che la guerra imponeva. Per l’anno 1915-1916 bisognò trovare un’altra sede e provvedere alla direzione del seminario e dei docenti perché i gesuiti della Provincia napoletana decisero di non poter svolgere altrove il loro servizio. Intense furono le trattative dei vescovi e, finalmente, prevalse la scelta di portare il seminario regionale a Molfetta, nel seminario vescovile messo a disposizione dal presule locale, decidendo di affidarne la direzione a un sacerdote diocesano e di chiamare i professori provenienti dal clero secolare. A Molfetta dovevano frequentare anche i seminaristi della diocesi della Lucania; perciò, il seminario assunse il titolo appulo-lucano. 

Mons. Pugliese non fu d’accordo e mandò i suoi seminaristi altrove. Nella relazione ad limina del 7 ottobre 1917 scrisse chiaro e tondo: «in nostra dioecesi non est Regionalis Apuliae seminarium». La impostazione precaria e la direzione affidata a Raffaele delle Nocche, che «nullo modo (…) tantae istitutionis esigentiis respondere»[25]. E quando, finita la guerra, Benedetto XV mandò un visitatore apostolico a Molfetta nel 1919, questi annotò che mons. Pugliese non gli aveva mandato nessuna risposta ai quesiti inviati a tutti i vescovi. Dai verbali della visita appare che il giudizio del vescovo ugentino non era solitario[26]. Del resto, della sistemazione dei seminaristi del Regionale a Terlizzi, egli prese visione quando partecipò alle riunioni dei vescovi che proprio lì si tennero nell’aprile del 1918 e del 1919. 

Non so dirvi, per ora, se egli fu presente alle riunioni che si tennero nel 1920 e 1921 a Molfetta. È sicuro che mons. Pugliese, insieme agli altri vescovi, sottoscrisse la lettera collettiva del 26 febbraio 1922 nel terzo centenario della istituzione di Propaganda Fide[27]. Non posso assicurare che egli partecipò alla riunione del 4-7 aprile 1923, l’anno della sua morte.

Si può dire che l’episcopato pugliese era lucidamente consapevole dei problemi giuridici e politici, culturali e pastorali, ormai ineludibili per ogni diocesi: nel mondo nuovo dei regimi totalitari bisognava fare parroci, preti e laici capaci della missione della Chiesa. Non si deve nascondere che pregiudizi e incomprensioni nei confronti dei vescovi meridionali erano diffusi nei vertici romani: non si capiva quella «questione meridionale religiosa», come l’aveva delineata nella relazione del 12 aprile 1914 che l’arcivescovo di Bari e presidente dei vescovi pugliesi, mons. Giulio Vaccari con il contributo dei confratelli, Pugliese compreso, aveva stilato sulla situazione socio religiosa della Puglia[28]

Come si sa, la soluzione della sede del seminario regionale e della sua direzione fu data da Roma, quando al dimissionario delle Nocche, nel 1920, Benedetto XV scelse e mandò a fare il rettore il lombardo Giovanni Nogara. E Pio XI negli anni seguenti fece costruire rapidamente a Molfetta la grande sede negli anni 1924-1926. 

Per il suo clero

La delusione di mons. Pugliese per il trasferimento del seminario regionale da Lecce a Molfetta fu compensata dall’apertura del suo nuovo seminario vescovile nel 1912. La sua costruzione l’aveva iniziata nel 1858 il predecessore Francesco Bruni su progetto dell’architetto Migliola di Napoli e l’aveva voluto accanto alla residenza vescovile. Poi i lavori furono interrotti per le vicende politiche degli anni ‘60. E il seminario, frattanto, continuava ad operare nel monastero soppresso delle benedettine che, allo scopo, il vescovo Camillo Alleva aveva ottenuto dalla locale amministrazione comunale nel 1818. Quando poi si concluse la lunga vacanza della sede – 1863-1873 – il vescovo Luigi Zola (1873-1877) e i successori Gennaro Maria Maselli (1877-1890) e Vincenzo Brancia (1890-1896) ebbero il merito di chiamare sacerdoti capaci di formare giovani desiderosi degli ordini sacri o soltanto di una buona istruzione[29]. Mons. Pugliese nel 1897 chiamò a dirigerlo il più stimato prete della diocesi, don Giovanni Cantoro, trasferendolo dalla natia parrocchia di Acquarica del Capo. E in quanto dottore in teologia del Collegio romano, lo fece canonico teologo della cattedrale, poi arcidiacono del Capitolo e, infine, suo delegato ad omnia[30]. E con lui chiamò altri valenti sacerdoti. 

Per mons. Pugliese la diocesi aveva bisogno di buoni parroci e di preti impegnati nell’apostolato.

Il vescovo venuto da Cerignola sentì la modernità che avanzava e faceva scricchiolare l’antica cristianità, soprattutto dopo il cambio sociale prodotto dal fascino socialista e dalle passioni nazionaliste. La condizione delle popolazioni rendeva urgente l’organizzazione dei cattolici per l’impegno politico come avvenne con il Partito Popolare di Sturzo che mons. Pugliese sostenne e fece diffondere nei paesi della diocesi. Al clero egli delineava orizzonti ampli e, a tale scopo, ne organizzò la formazione permanente con gli esercizi spirituali, con raduni mensili, per i cosiddetti “casi morali”. E per il clero del futuro, egli volle anche la permanenza estiva a Leuca, insieme con lui, nei locali che i suoi predecessori avevano recuperati, accanto al santuario settecentesco e al faro imponente attivato il 6 settembre 1866. 

Dall’alto del promontorio vedeva crescere la marina sottostante con le residenze dei signori della provincia salentina, allineate sul lungomare: l’affidò alla cura pastorale del rettore del santuario, in attesa che si compisse la grande e maestosa chiesa, iniziata nel 1890 su progetto di Pasquale Ruggieri, ingegnere apprezzato e molto noto[31]. E per i pescatori di Tricase, il 7 ottobre 1919, riuscì a restituire la parrocchia, al Porto, dove i benestanti andavano a villeggiare nei mesi estivi[32].

E come ad Ugento aveva rilanciato il santuario della Madonna della Luce, così volle i pellegrinaggi annuali delle parrocchie a Leuca nel santuario di Santa Maria de Finibus Terrae. Esso divenne così il riferimento mariano dell’intera diocesi e sulla roccia sovrastante la marina nel 1901 fece erigere la monumentale croce che inneggiava a Cristo dominatore dei secoli, come l’aveva ampiamente illustrato nella pastorale quaresimale dell’anno[33].

L’ultima relazione del 1917

Pietà eucaristica e pietà mariana furono le indicazioni ricorrenti nelle sue lettere pastorali, sia per la vita cristiana, sia per le prospettive di impegno nella società. Accanto alle tradizionali forme della pietà mariana popolare, mons. Pugliese incoraggiò le forme collettive come aveva scritto con appassionate espressioni nella lettera pastorale del 1897 «per il primo maggio in terra ugentina»[34].

Egli rilanciò la pietà eucaristica nelle parrocchie, in linea con le indicazioni di Pio X per la prima comunione dei fanciulli, e sottolineò che anche agli adulti la comunione quotidiana avrebbe alimentato profondamente la vita di cristiani. 

Si può dire che il vescovo venuto da Cerignola divenne il vescovo per i tempi nuovi del Novecento. Il suo dinamismo fece intravedere i percorsi che si aprivano dentro la società salentina con gli sviluppi lenti ma inarrestabili che caratterizzavano la storia religiosa e sociale del Salento estremo. È quanto fanno intuire le sue lettere quaresimali.

È del 7 ottobre 1917 l’ultima relazione ad limina che il vescovo inviò a Roma e che può considerarsi il bilancio del suo ventennio episcopale. Egli descrisse ancora una volta la diocesi «del Capo salentino», delle sue popolazioni nella tempesta della guerra che originava lutti nelle famiglie e paura nei paesi. Scrisse della condizione delle chiese parrocchiali e delle loro opere d’arte che dovevano essere censite e ben conservate. Parlando del suo ministero, egli assicurò del buon rapporto con le autorità civili e descrisse l’organizzazione della sua curia e del suo archivio, ben ordinato. Ma nel gennaio gli era morto il suo primo e valido collaboratore, l’arcidiacono don Giovanni Cantoro, «virtute praeditus et doctrina». Non mancavano ancora ombre nel suo clero: a lui non sfuggivano e interveniva con fermezza paterna. Non poteva lamentarsi dei suoi parroci che, in gran parte, non avevano le case canoniche, non godevano di grandi rendite economiche, compensati in parte dalla «congrua statale». Le offerte dei fedeli erano povere. Lo preoccupavano le poche vocazioni ecclesiastiche: il nuovo seminario, che ne contava sessanta nel 1912 e poteva contenerne più di cento, era quasi vuoto con i quattro seminaristi che vi dimoravano. Di religiosi in diocesi c’erano soltanto i Minimi a Gagliano del Capo. Le suore erano più numerose, vincenziane e suore di Ivrea[35] che, con il loro fecondo apostolato, educavano i bambini negli asili, i ragazzi e le ragazze nelle associazioni e aggregavano le donne nelle opere di pietà. 

Il vescovo fece preparare due quadri di tutto questo, e li allegò alla relazione. I dati rappresentavano le povertà strutturali e le condizioni tradizionali. Erano come quelli di altre diocesi italiane agli inizi del Novecento. Ampia e ricca di informazioni era la descrizione delle popolazioni contadine che ruotavano intorno alla chiesa parrocchiale: degli ammalati con poca assistenza sanitaria e della deficienza delle istituzioni assistenziali ed educative. «Mancavano – egli scrisse – le opere sociali nonostante le sue ripetute esortazioni»; non erano cresciuti i circoli giovanili, il comitato diocesano da lui istituito aveva avuto vita breve, guardato con diffidenza dai molti che erano preoccupati del suo sviluppo. Si erano diffuse associazioni di mutuo soccorso di operai e agricoltori, che sfuggivano i rapporti con le autorità ecclesiastiche ed erano estranei ad ogni orizzonte religioso. L’opera del vescovo era circoscritta ai rapporti personali con qualche buon risultato: il rispetto della fede, la pubblica moralità, le esigenze della giustizia. Annotò poi che, nelle consultazioni elettorali, per ignoranza e in buona fede, risultavano votati veri e propri anticlericali, religiosamente indifferenti e avversi agli enti ecclesiastici. In positivo, assicurava che «il pessimo albero socialista non aveva messo radici», grazie all’impegno vivace di alcuni preti come Agostino De Razza, e di quelli ordinati da lui Carlo Mastria e Vito Tonti[36]. Altro risultato positivo egli riteneva la diffusione della stampa cattolica, che contrastava i periodici anticlericali. 

Il vescovo venuto da Cerignola si era immerso nella storia del Salento contadino e proponeva percorsi di ammodernamento anche nella sua diocesi periferica. Nel 1920 si compiacque della lapide che attestava gratitudine e affetto. Al di là dei risultati, egli aveva cercato di servire cristianamente, da «buon pastore», come si era proposto all’inizio e come aveva promesso nella lettera del 26 novembre 1896. 

Secondo mons. Ruotolo «negli ultimi anni mons. Pugliese ebbe molte sofferenze fisiche aggravate da quelle morali per le fazioni politiche in cui era diviso il centro diocesano»[37], Ugento. Perdurò il ricordo dei contrasti sociali e politici che nella cittadina divennero notevoli quando i contadini delle leghe bianche occuparono le terre demaniali del litorale ionico, nella primavera-estate del 1921 e nella primavera del 1922 quando la violenta reazione delle squadre fasciste non risparmiò di minacce la residenza vescovile. La presenza dei popolari, diventata vivace anche nei vari paesi della diocesi, non riuscì a resistere alle ondate del fascismo aggressivo. Non siamo in grado di riferire pensieri, preoccupazioni e delusioni del vescovo oramai settantenne[38].

Luigi Pugliese, divenuto il vescovo più anziano della provincia, morì il 17 luglio 1923 a 73 anni[39]. La sua salma fu deposta nel cimitero comunale accanto a quella del predecessore Brancia. I resti mortali furono trasferiti nella cattedrale soltanto nella primavera del 1947. Nulla conosciamo delle notizie date dalla stampa sulla scomparsa di un protagonista come lui.

Per continuare

La narrazione delle vicende di mons. Pugliese, fatta in questa nota, non è certamente unitaria, continua e completa. Si è tentato di rappresentare il laboratorio per chi ricostruirà la storia di questo episcopato tra Ottocento e Novecento. Dalle sue lettere pastorali si potrà rilevare la sua cultura e la sua sensibilità religiosa; dalla stampa del tempo, cattolica e non, dalla documentazione conservata negli archivi ecclesiastici e civili, si potranno rilevare quanto e come fu percepita nella società di quei decenni la presenza operosa di questo prete di Cerignola divenuto vescovo della gente del Basso Salento. 


[1] Su di lui cf G. Ruotolo, Ugento-Leuca-Alessano. Cenni storici e attualità, Cantagalli, Siena 19633, p. 58 e 260; A. Fino, Per una storia del movimento cattolico nel basso Salento tra Ottocento e Novecento, in Il basso Salento. Ricerche di storia sociale religiosa, a cura di S. Palese, Congedo, Galatina 1982 (Società e religione, 1), p. 115-192; S. Palese, Pugliese Luigi, in Dizionario storico del movimento cattolico in Italia 1860-1980, III/2, Le figure rappresentative, Marietti, Casale Monferrato 1984, p. 687; A. Disanto – N. Pergola, Arcipreti nullius e vescovi cerignolani, Centro Ricerche, Storia e Arte “Nicola Zingarelli”, Cerignola 2012, p. 30-31; E. Morciano, Pugliese Luigi, in S. Palese – E. Morciano, Preti del Novecento nel Mezzogiorno d’Italia. Repertorio biografico del clero della diocesi di Ugento-S. Maria di Leuca, Congedo, Galatina 2013 (Società e religione, 22), p. 105-107 (con fonti, scritti e bibliografia); S. Palese, Parrocchie e chiese, confraternite e sodalizi della diocesi di Ugento agli inizi del Novecento, «Bollettino diocesano S. Maria de Finibus Terrae» 79 (2016), p. 343-357 e poi in Ne quid nimis. Studi in memoria di Giovanni Cosi, a cura di M. Spedicato – L. Montonato, Ed. Grifo, Lecce 2017, p. 267-280; E. Morciano, Un vescovo del sud Salento e la Grande Guerra. Luigi Pugliese a Ugento (1915-1921), EdiNew, Tricase 2019. 

Sul contesto storico della diocesi di Cerignola-Ascoli Satriano, cf A. G. Dibisceglia, Angelo Struffolini (1853-1917). Dottrinario, Catechista e Vescovo del secolo nuovo, Edizioni Dottrinari, Pellezzano (Sa) 2021.

[2] Le carte di mons. Luigi Pugliese sono nel “Fondo Vescovi”: si tratta di corrispondenza degli anni 1895/96-1922 (faldoni 20-29), di pratiche riguardanti le singole parrocchie (faldoni 30-31), di atti di concorsi e dispense matrimoniali (faldone 32), di nomine (faldone 33), di rescritti e decreti (faldoni 33-34). Altridocumenti sono conservati in altri fondi come quelli riguardanti i benefici ecclesiastici, le visite pastorali, le relationes ad limina e le visite apostoliche. 

[3] La bolla di nomina si conserva ad Ugento nel “Fondo Diplomatico” dell’Archivio Storico Diocesano.

[4] Qualcosa di analogo si verificò qualche anno dopo nella nomina del vescovo di Lecce, Gennaro Trama (1901-1902), studiata accuratamente da R. De Simone, Un Vescovo del Sud: Mons. Gennaro Trama a Lecce nel primo Novecento (1902-1927), Ecumenica, Bari 1978, p. 19-26.

[5] Lo stesso stemma ricorre nel pavimento marmoreo della cattedrale e sui paramenti sacri che egli regalò. E poi ancora sul frontespizio della chiesa ugentina dei SS. Medici e di Santa Lucia, che egli volle restaurata, e su un ingresso secondario della residenza vescovile (in via dei Cesari) e, infine, sul monumento della Croce a Leuca osannante a Cristo e fatto erigere nel 1900 all’inizio del nuovo secolo. Presso l’Archivio Storico Diocesano, nel “Fondo Diplomatico”, si conserva inoltre un tipario in metallo ottonato utilizzato per apporre gli emblemi sigillari.

[6] Dibisceglia, Angelo Struffolini, p. 68-74 (dedicate queste all’episcopato del cappuccino Domenico Cocchia) e le p. 114-115 e 151 (queste inerenti la congregazione del Santissimo Crocifisso).

[7] Cf Disanto – Pergola, Arcipreti nullius, p. 31.

[8] Amor che non muore. Lettera pastorale di mons. Luigi Pugliese, vescovo di Ugento, barone di Gemini, Pompignano e Manduria, Stab. Tip. dello «Scienza e Diletto», Cerignola 1896. Sulla copertina dell’opuscolo e sul frontespizio grandeggia il suo stemma episcopale, come si può vedere in tutti i suoi scritti inviati alla diocesi.

[9] Ibidem, p. 5-6. 

[10] Ibidem, p. 30.

[11] Ibidem, p. 30-31. 

[12] Ibidem.

[13] Delle lettere pastorali di Pugliese una presentazione sintetica è riportata in Lettere pastorali dei vescovi di Terra d’Otranto, a cura di D. Del Prete, Herder, Roma 1999 (Fonti e materiali per la Storia della Chiesa italiana in età contemporanea. Lettere pastorali, 5), p. 249-254.

[14] La documentazione della visita apostolica del 1904 era nell’Archivio Apostolico Vaticano, Visite Apostoliche, b. 58, ora trasferito nell’Archivio Apostolico Vaticano.

[15] I dati furono forniti entro i primi giorni dell’aprile 1897. Nella Forania di Presicce vi erano ventinove preti nei paesi di Morciano, Acquarica, Salve, Barbarano e Ruggiano; in quella di Miggiano venti preti nei paesi di Specchia e Lucugnano; in quella di Alessano diciotto preti nei paesi di Corsano, Tiggiano e Montesardo; in quella di Gagliano quindici preti nei paesi di Salignano, Castrignano, Patù, Giuliano, Arigliano e San Dana; in quella di Ruffano nove preti nei paesi di Torrepaduli e Supersano; adesso si aggiungevano i canonici e i mansionari di Ugento. Tuttavia la lista non risulta completa, in quanto mancavano i dati riguardanti Taurisano e Tricase.

[16] Palese – Morciano, Preti del Novecento, p. 24-26.

[17] Nel 1899 ordinò Tommaso Stefanachi (ibidem, p. 132-133) e Francesco De Filippis (ibidem, p. 117-118), nel 1901 Giorgio Heritier (ibidem, p. 117-118), nel 1903 Giovanni Lisi (ibidem, p. 134), nel 1904 Giacinto Corvaglia (ibidem, p. 102), nel 1905 Antonio Giuseppe De Giovanni (ibidem, p. 112), nel 1911 Luigi Cosi (ibidem, p. 152-153) e Vito Tonti (ibidem, p. 145-146, 258-260), nel 1916 Carlo Mastria (ibidem, p. 141-142), nel 1919 Giovanni Panico (ibidem, p. 136-138, 248-252). 

[18] Cf ibidem, p. 55-60.

[19] Cf Vescovi e regione in cento anni di storia. Raccolta di testi della Conferenza Episcopale Pugliese (1892-1992), a cura di S. Palese – F. Sportelli, Congedo, Galatina 1994 (Società e religione, 16), p. XIII-XXV. Sulla crisi dell’opera dei Congressi in Puglia, particolari significativi sono dati dalla documentazione edita da V. Robles, Il movimento cattolico pugliese (1881-1904). Storia di un lento e difficile cammino, Edizioni dal Sud, Bari 1981. L’Archivio della Conferenza Episcopale Pugliese è nella sua sede del Pontificio Seminario Regionale “Pio XI” di Molfetta ed è dotato della Guida dell’Archivio Storico a cura di S. Palese (2013, in copia dattiloscritta e digitale in cd-rom). Presidente degli anni 1897-1908 fu l’arcivescovo di Taranto, mons. Pietro Alfonso Iorio; seguì negli anni 1908-1923 l’arcivescovo di Bari mons. Giulio Vaccari (ibidem, p. XII-XIII). Su Iorio cf A. Fino, Società civile e riconquista cattolica in una diocesi del sud. Linee di intervento politico e pastorale nell’episcopato tarantino di mons. P. A. Iorio (1885-1908), Milella, Lecce 1983; su Vaccaro cf D. Morfini, Parrocchia e laicato cattolico nel Novecento meridionale. L’episcopato barese di Giulio Vaccaro (1898-1924), Edipuglia, Bari 2006 (Per la Storia della Chiesa di Bari. Studi e materiali, 23). Fra i tanti vescovi pugliesi del tempo spicca la figura di Nicola Monterisi, vescovo di Monopoli negli anni 1913-1920: cf A. Fino – S. Palese – V. Robles, Nicola Monterisi in Puglia, Congedo, Galatina 1989 (Società e religione, 7). Schede sintetiche su di loro sono presenti ad vocem nel Dizionario del movimento cattolico in Italia (1860-1980), vol. II, I protagonisti, Marietti, Casale Monferrato 1982 e vol. III/1-2, Le figure rappresentative, Marietti, Casale Monferrato, 1982-1984.

[20] Cf Vescovi e regione in cento anni di storia, p. 45-54.

[21] Ibidem, p. 55-56.

[22] Cf L’inaugurazione del Seminario regionale pugliese, Tip. Stampacchia, Lecce 1908, p. 5-8.

[23] Cf G. Vian, La riforma della Chiesa per la restaurazione cristiana della società. Le visite apostoliche delle diocesi e dei seminari d’Italia durante il pontificato di Pio X (1903-1914), 2 vol., Herder, Roma 1998.

[24] F. Sportelli, Le visite apostoliche di Raffaello Carlo Rossi al Pontificio Seminario Regionale Pugliese (Lecce 1911 – Molfetta 1919), «Rivista di Scienze Religiose», XV (2001) 2, pp. 259-299.

[25] Cf Relazione del 1917 al capitolo ottavo, art. II.

[26] Cf F. Sportelli, Le visite apostoliche di Raffaello Carlo Rossi al Pontificio Seminario Regionale Pugliese (Lecce, 1911 – Molfetta 1919), (Parte Seconda),«Rivista di Scienze Religiose», XVI (2002) 1, p. 89-93.

[27] Cf Vescovi e regione in cento anni di storia, p. 149.

[28] Ibidem, p. 77-82.

[29] Cf Ruotolo, Ugento-Leuca-Alessano, p. 57-58, 66-67. Circa la costruzione del seminario cf G. Occhilupo, Ugento. La città medievale e moderna. Metodologie integrate per la conoscenza degli abitati, Claudio Grenzi, Foggia 2019, p. 150 (indice); L. Antonazzo, Ugento Sacra, Claudio Grenzi Editore, Foggia 2020, p. 98-108.

[30] Palese – Morciano, Preti del Novecento, p. 231-238.

[31] Cf Ruotolo, Ugento-Leuca-Alessano, p. 216 e 280; cf. V. Cassiano, La chiesa di Cristo Re in Marina di Leuca. Appunti di memorie e ricerche, Tricase 2006.

[32] La parrocchia ricevette il regio assenso il 3 febbraio 1922: cf ibidem, p. 278.

[33] L. Pugliese, L’arbitro dei due secoli. Lettera pastorale del vescovo di Ugento per la Quaresima dell’Anno Santo 1901, Tip. Gallipolitana, Gallipoli 1901. 

[34] Id., Sprazzi di luce spuntati da un fiore peregrino. La parola del Vescovo di Ugento per il primo mese di maggio del suo Episcopato. Lettera pastorale, Tip. Gallipolitana, Gallipoli 1897.

[35] Cf E. Morciano, Le Suore di Ivrea a Tricase e il primo asilo infantile (tra cronaca e storia dal 1867 ai giorni nostri), Minutod’arco, Tricase 2011. 

[36] Sono state studiate le vicende di mons. Agostino De Razza e il suo ruolo nel movimento cattolico del basso Salento: cf Palese – Morciano, Preti del Novecento, p. 113-114; Fino, Per una storia del movimento cattolico, p. 144-149. Le iniziative del De Razza erano sostenute da don Carlo Mastria di Gemini (cf Palese – Morciano, Preti del Novecento, p. 141) e da don Vito Tonti a Taurisano per gli ex combattenti (ibidem, p. 153), nonché da don Luigi Cosi con iniziative culturali a Miggiano (ibidem, p. 153).  

[37] Ruotolo, UgentoLeucaAlessano, p. 58 (dall’edizione del 1969).

[38] Cf Palese – Morciano, Preti del Novecento, p. 107. Cf anche S. Colarizzi, Dopoguerra e fascismo in Puglia (1919-1926), Laterza, Bari 1971, p. 223-227; F. Corvaglia, Documentazione storica sulla questione delle terre demaniali di Ugento, Ed. Salentina, Galatina 1974; O. Confessore, I giovani cattolici pugliesi difronte al fascismo. “La fiamma” dal 1924 al 1931, in Il basso Salento, p. 195-196; S. Coppola, Conflitti di lavoro e lotta politica nel Salento nel primo dopoguerra (1915-1925), Salento domani, Lecce 1984; Id., Politica e violenza nel Capo di Leuca all’avvento del fascismo, Giorgiani, Castiglione 1999. La pacificazione degli animi toccò al successore, mons. Antonio Lippolis: cf Palese – Morciano, Preti del Novecento, p. 120.

[39] Archivio Parrocchiale della Cattedrale – Ugento, Registri dei defunti (ad annum).

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