Dal buio alla fede – Luce e vita

 
 



Come all’inizio del Vangelo di Luca, così al suo compimento ci sono donne ad aprire l’orizzonte. Era ancora buio, quel “primo giorno dopo il sabato” (Lc 24,1). Donne in movimento, anzi in corsa. E uno sguardo ficcato nelle tenebre, a cercare il sorgere della luce in crescita.

C’è una silenziosa sotterranea continuità tra la notte, l’abisso fondo del sabato santo e l’alba del primo giorno che allerta tutti i sensi dello spirito. Il soggetto in azione, non nominato (Lc 24,1) è il medesimo: le discepole venute con Gesù dalla Galilea. Medesimo è il profumo degli unguenti (Lc 23,56; 24,1). Medesima la passione di ricerca.

Tutto, in quel primo giorno ha inizio “quando era ancora buio”. Le donne (secondo il IV Vangelo è solo Maria di Magdala) si muovono rapide e sembrano decise, determinate, mentre “ancora ci sono le tenebre” (Gv 20,1). Ancora nel dominio della morte esse, ciecamente, seguono l’insoffocabile presentimento della vita, custodito al cuore della fedeltà dei legami. Per le donne la vicenda di Gesù non era chiusa. Quella pietra al luogo del corpo amato era per loro un’impertinenza e la volevano sfidare.

Tutti i Vangeli, pur in modo diverso, registrano l’intrigante epilogo di una storia singolare e, unito, il prologo di una storia nuova: donne sotto la croce di Gesù, in silenzioso sguardo che ricevono la consegna del suo corpo – consegna che non conclude ma apre (Lc 23,55s.).. Esse, fatte solo sguardo, pur velato di lacrime, stanno a osservare il luogo della deposizione, preparano profumi per il corpo amato. Non scelgono mai la fuga, le donne discepole venute dalla Galilea. Così, profezia muta, impersonano e reggono ignare il passaggio discepolare dalle tenebre alla nuova luce. Senza saper cosa sperare, ma non disperate.

“Il primo giorno, dopo il sabato, si recarono” (Lc 24,1): dopo l’ora delle lacrime e il tempo dell’assenza di ogni parola. Protagoniste del compiersi della narrazione di Gesù nei suoi passi terreni, ecco dunque ancora donne, proprio come per l’inizio (Lc 1 -2). All’inizio ed alla fine, ad inclusione, stanno donne di Galilea, senza credito. Maria, umile serva, Elisabetta ed Anna, all’inizio; Maria di Magdala, Giovanna, Maria di Giacomo, alla fine (24,10).

Risurrezione, è come il concepimento: vaneggiamenti di donne? Due sodalizi stanno a presidio del Vangelo: donne in attesa, in cammino, in fedeltà, silenzio e speranza. Sodalizio di fede e di voce narrante, di canto annunziante. E come le donne dell’inizio portarono canti di salvezza e fecero ritrovare ai muti la parola (cf Lc 1,64), così le donne del compimento, recano l’annuncio a Pietro, novello Zaccaria, che a sua volta lì per lì “non credette” (24,11; cf Lc 1,20); ma poi – allenato a convertirsi (Lc 22,32) – subito riprese, lui stesso, a correre (cf 24,12).

Eloquente per noi oggi è l’indiretto monito di Luca attraverso il Vangelo della risurrezione. Parla alla Chiesa ancora esitante, alla ricerca incerta di ritrovare i passi della sinodalità. Tutti la riconoscono questa istanza impellente, ma chi la interpreta, chi la frequenta oggi? Quale sinodalità?

Nel racconto delle donne al sepolcro (Lc 24,1-11) Luca introduce dei tratti che dicono una singolare lettura della risurrezione, esplicitata poi nel prosieguo del racconto, e in Atti. Alcuni tratti ci intrigano particolarmente.

Accanto al posto decisivo delle donne, altro elemento dominante nel racconto di Luca – a grande inclusione geografica e teologica del Terzo Vangelo – è proprio il tempio di Gerusalemme: lì ha inizio la narrazione e lì si conclude. Attori della prima parte sono la coppia levitica, Zaccaria ed Elisabetta, e Zaccaria è un sacerdote che officia nel tempio per l’ora dell’incenso. Attori dell’ultima parte sono gli apostoli che “stavano sempre nel tempio” (v. 53), essi però laici, non sacerdoti, e a un nuovo inizio della sequela. Popolo nuovo dei poveri del Signore.

Luca, ha collocato la vicenda di Gesù in una ben determinata struttura letteraria e geografica: dalla Galilea al tempio di Gerusalemme, ove la salvezza riprenderà il suo cammino verso l’universalità.

La rivelazione degli angeli irrompe e ribalta la ricerca delle donne: “Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?”. La necessità della passione per “il Vivente”. Ecco dischiudersi nell’annuncio dei due – angeli come uomini – l’orizzonte nuovo di lettura della storia umana, lettura che ne apre i sigilli. Gesù con la sua vicenda terrena fino alla Croce ha detto Dio e ha detto l’uomo – nel mistero che – nella differenza abissale – li accomuna: la vita.

La profetica fedeltà delle discepole deve aprirsi al mistero della Vita, che attraverso la morte di Gesù rivela tutta la sua trascendenza: “Vivente” non significa tornato alla vita di prima, ma entrato nella vita di Dio. La risurrezione di Gesù disorienta e riorienta in loro tutte le categorie dell’umano. Egli vive, e dunque noi viviamo.

Per aprirsi alla risurrezione non basta la constatazione del sepolcro vuoto, né basta la visione personale degli angeli: occorre la “memoria” delle parole e degli atti di Gesù, la memoria Crucis, che non è un semplice far tornare alla mente qualcosa di passato, ma un ricordare che – illuminato dalla luce del mattino di Pasqua – ripensa e comprende. Così è la memoria evangelica. È partendo dalla risurrezione che si comprende la sorprendente novità del Crocifisso. Per questo la memoria della passione è importante. Per comprendere la necessitas che ridispone tutto il senso della vita di Gesù e della storia umana. Non è fallimento, non è sconfitta la morte di Gesù, ma è il compimento delle Scritture – come ben presto il Risorto, nella forma del Pellegrino, spiegherà ai discepoli di Emmaus (Lc 24,26). È il compimento dell’amore, nuova lettura della storia umana.

Le donne obbediscono al comando ricevuto: “si ricordarono delle sue parole”. Si tratta proprio di un comando. Nel racconto di Luca l’attenzione si concentra interamente sulla cosa più importante: il ricordo, che subito si fa annuncio. Esse sanno, per essere passate attraverso la morte con speranza non disperata. Non possiamo essere esperti di Dio senza conoscere il cuore delle tenebre. Basta fermare lo sguardo e custodire la memoria con cuore docile allo Spirito, per scoprire che il cuore dell’oscurità è la luce.

E tuttavia non furono credute le discepole di Galilea: il verbo apisteuein, che Luca usa in tutto il suo racconto soltanto qui, va certamente inteso in senso forte. L’imperfetto suggerisce incredulità ostinata e continuata. Dal gruppo dei discepoli increduli, quasi beffardi nei confronti delle donne, si stacca la figura di Pietro. E si alza, e si apre allo stupore, come contagiato dall’intuito umilissimo di donne di Galilea.

Gesù, il Cristo, il nazareno, è veramente risorto! e noi sentiamo in tutte le fibre del nostro essere che la sua vita ci avvolge, ci intride, ci rigenera. Lo sentiamo non con i sensi della carne – ché anzi tanta stanchezza e annunci sinistri di morte ci sfiancano – ma con lo sguardo e l’udito della fede, con l’odorato e il tatto e il gusto dell’amore, con l’intuito dello Spirito che – sola grazia – si unisce al nostro spirito per attestarci che più forte di tutti i macigni di morte è la fedeltà del Vivente.

“Resurrezione è l’esodo da ciò che è vecchio,
che trattiene l’essere umano come negli inferi
e che tenta di impedire alla luce dell’evangelo
di levarsi nel cuore”
 (Isacco il Siro)

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