È bello formare con Cristo la turba dei risorti – Diocesi Ugento Santa Maria di Leuca

 
 


V. Angiuli, Lettera inedita di don Tonino Bello ai consacrati e alle consacrate, in “Testimoni”, 6 /2023, pp. 10-13. 

Cari consacrati e consacrate,

sono passati trent’anni dal mio dies natalis. Ora vivo con Cristo e vi confermo che, quando «saremo entrati in Cristo, in lui, con lui, per lui, ci siederemo “all’interno” della SS. Trinità. Nel Figlio ci saremo tutti quanti noi. […] Ci tocca di diritto il paradiso. Entreremo proprio nel “contesto” della SS. Trinità»[1]. Mentre partecipo della gioia dei santi, sono vicino anche a tutti voi. Vedo le contraddizioni del vostro tempo. Conosco le sfide che incombono sulla Chiesa. Comprendo le difficoltà delle vostre famiglie spirituali. Non abbiate paura: Cristo risorto rimane con voi «tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). 

1. La gioiosa turba dei risorti 

Abbiamo dunque un comune destino. Noi, abitanti del cielo, e voi, pellegrini sulla terra, siamo chiamati a formare in Cristo, con Cristo e per Cristo la meravigliosa e splendida turba dei risorti[2]. Questa è la nostra identità, il nostro speciale marchio di fabbrica, la nostra gioia e il nostro vanto. Questa è anche la nostra missione. Non possediamo né argento né oro, ma quello che abbiano siamo felici di donarlo a tutti: Gesù Cristo, nostro Signore e Maestro (cf. At 3,6). È lui il nostro inestimabile tesoro, la nostra vera gioia, l’unica speranza del mondo. 

In questo clima di letizia pasquale è per me fonte di gioia intrattenermi fraternamente a conversare con voi. Lo so, il dialogo tra noi non si è mai interrotto. Il flusso di sincera amicizia non si è esaurito. Molte mie parole continuano a risuonare tra di voi. Tutto ciò è molto bello! (Potete immaginare quanto mi sia caro questo aggettivo che porto con me impresso nel cognome!). Intoniamo perciò un inno alla bellezza di colui che è «il più bello tra i figli dell’uomo» (Sal 44,3). 

Lo sapete già, ma mi premuro di ricordalo: Cristo è la novità, che il mondo cerca! È lui la nostra pace, quella a cui tutti anelano, ma che solo lui può donare: la sua pace, infatti, è diversa da quella del mondo (cf. Gv 14,27). Gustatela fino in fondo e diffondetela con semplicità di vita. Cristo è il nostro Vangelo, la Magna Charta della Chiesa: la sorgente di vita nuova, la parola che non tramonta, l’ideale che tutti affascina, la speranza che mai delude (cf. Rm 5,5).

2. Attuate il Concilio Vaticano II

Nel nostro tempo, lo Spirito Santo ha attualizzato la Parola eterna nella forma proposta dal Concilio Vaticano II. Questa grande assise ecclesiale non è un avvenimento del passato, ma un programma pastorale per il futuro. Non per nulla qualcuno mi ha definito: Vescovo secondo il Concilio[3]. Anche nel nostro tempo la Chiesa è chiamata ad ascoltare il soffio dello Spirito e a respirare il sospiro del mondo. Come avvertiva Paolo VI nell’udienza generale di mercoledì 29 novembre 1972, la Chiesa ha continuamente bisogno dell’azione dello Spirito, «della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di parola sulle labbra, di profezia nello sguardo».

So bene che la ricezione conciliare è un processo complesso per i cambiamenti sociali e culturali che si sono alternati nel corso del tempo.  Ricordiamo tutti che «l’11 ottobre 1962, Giovanni XXIII, inaugurò solennemente il Concilio Vaticano II. La sera parlò della luna e della carezza ai bambini, ve ne ricordate? Se ve ne rievoco la memoria è perché vorrei tanto che imploraste il Signore affinché, in questa epoca di ripiegamento e priva di slanci, faccia tornare sulla terra e nella Chiesa la stessa speranza, gli stessi brividi e le stesse attese di quel giorno. Ma ci dia, soprattutto, la forza di tradurre presto in atto tutti quegli stimoli del Concilio, che ancora non hanno prodotto cambiamenti significativi nella nostra esperienza cristiana»[4].

3. Amate la vostra vocazione e la vostra Congregazione 

Il Concilio vi esorta a tenere in gran conto la vostra vocazione battesimale, resa più salda dalla particolare consacrazione. Lo dico a tutti e a ciascuno: vocazione è la «parola che dovresti amare di più»[5]. Cristo stesso «ha scritto “t’amo” sulla roccia! Sulla roccia, non sulla sabbia»[6]. «Più che “vocazione” sembra una “evocazione”. Evocazione dal nulla»[7]. Un atto d’amore creativo, una generazione d’amore. Prospetta una missione, apre una strada, indica un cammino, ti affida un compito non delegabile, «un compito che solo tu puoi svolgere. Tu non altri»[8]. Essa suscita la meraviglia, sostiene la capacità di sognare e di guardare in avanti, invita alla festa del servizio e dell’impegno responsabile a costruire il Regno di Dio.

Il Concilio vi invita anche ad amare le vostre comunità e a coltivare tra di voi lo “spirito di fraternità e famiglia”. Siete circondati, infatti, da una moltitudine di testimoni. Per questo, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che vi assedia, correte insieme con perseveranza nella corsa che vi sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento (cf.  Eb 12,1-2).

Come è bello far brillare la molteplicità dei doni spirituali che lo Spirito ha seminato nei vostri cuori e nelle famiglie spirituali a cui appartenete! Custodite gelosamente e fate fruttificare abbondantemente il vostro specifico carisma. Imitate l’esempio dei vostri santi fondatori. La loro vita e i loro scritti hanno indicato il sentiero che siete chiamati a percorrere. Certo, «ognuno per la sua via»[9]. Tutti, però, a servizio della unica e comune missione. 

Rimango sempre affascinato dalla vita di molti consacrati e consacrate. Che lezione mi avete dato! E quale esempio di vita cristiana rappresentate per gli uomini del vostro tempo! Stando in cielo, provo una grande ammirazione per la dedizione con la quale svolgete, nel silenzio e nel nascondimento, il vostro diuturno servizio ai poveri. Come non lodarvi, poi, per l’amorosa cura che prestate agli anziani, ai malati e ai sofferenti nei vostri ospedali ed hospice? Spettacolo straordinario è vedere l’opera educativa che svolgete nelle vostre scuole e nelle vostre strutture formative a favore di ragazzi e ragazze, adolescenti e giovani, infondendo loro gioia, entusiasmo e speranza. Il mio cuore si intenerisce quando avverto che fate tutto questo non come una semplice opera filantropica, ma in obbedienza al comandamento del Signore: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

Vi confido ora un segreto. Qui in cielo incontro molti vostri confratelli e consorelle, «sono vergini e seguono l’Agnello dovunque va. Essi sono stati redenti tra gli uomini come primizie per Dio e per l’Agnello» (Ap 14,4). Vi sono anche molti altri vostri fratelli e sorelle, «che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello» (Ap 7,14). Quanti martiri, uomini e donne, giovani e bambini appartenenti alle vostre Congregazioni, hanno effuso il loro sangue per testimoniare il loro amore a Cristo, imitando lui «che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato» (1Tm6,13). Il loro sangue scorre in abbondanza e si riversa nel grande fiume d’acqua viva che scaturisce dal trono di Dio e dell’Agnello e dove arriva rigenera ogni cosa. Soprattutto ravviva «l’albero di vita che dà dodici raccolti e produce frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni» (Ap 22, 1-2).

4. Cinque imperativi da scrivere sulle dita della mano 

Profitto di questa lettera per ricordavi alcuni imperativi che sono stati fari luminosi per la mia vita e possono essere utili suggerimenti anche per voi.

Siate uomini fino in fondo e santi fino in cima

L’ideale da desiderare è la santità, cioè la disponibilità a lasciarsi attrarre dalla bellezza della santa umanità di Gesù. Essere santi vuol dire essere «più vivi, più umani»[10]. Per questo vi ho spesso esortati: «Siate soprattutto uomini / fino in fondo: anzi, fino in cima / perché essere uomini fino in cima / significa essere santi. / Non fermatevi, perciò, a mezza costa: / la santità non sopporta misure discrete (..) ma [vi rende] capaci di accoglienze ecumeniche, / provocatori di solidarietà planetarie / missionari “fino agli estremi confini” / profeti di giustizia e di pace»[11].  

Diventare santi vuol dire semplicemente essere persone che non hanno paura di andare fino in fondo, di puntare in alto, formando ogni giorno «una carovana solidale»[12].  Santità è condividere quotidianamente le gioie e le speranze degli uomini spalancando «la finestra del futuro progettando insieme, osando insieme, sacrificandosi insieme»[13]. Siate perciò uomini e donne che rifuggono da «un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente, e aspirano alla vera vita, alla felicità per la quale siamo stati creati»[14]. Vivere «non è “trascinare la vita”, non è “strappare la vita”, non è “rosicchiare la vita”. / Vivere è abbandonarsi, come un gabbiano, all’ebbrezza del vento. / Vivere è assaporare l’avventura della libertà. / Vivere è stendere l’ala, l’unica ala, con la fiducia di chi sa di avere nel volo un partner grande come te!»[15].

Guardate il mondo con occhi nuovi

Quando ero nel mondo vi ho spesso esorati a guardare il mondo in profondità, a contemplare ogni cosa con gli occhi di Cristo risorto. A fare problema, infatti, «più che le “nuove povertà”, sono gli “occhi nuovi” che ci mancano. Molte povertà sono “provocate” proprio da questa carestia di occhi nuovi che sappiano vedere. Gli occhi che abbiamo sono troppo antichi. Fuori uso. Sofferenti di cataratte. Appesantiti dalle diottrie. Resi strabici dall’egoismo. Fatti miopi dal tornaconto. Si sono ormai abituati a scorrere indifferenti sui problemi della gente […]. Sono avvezzi a catturare più che a donare […]. Sono troppo lusingati da ciò che “rende” in termini di produttività […]. Sono così vittime di quel male oscuro dell’accaparramento, che selezionano ogni cosa sulla base dell’interesse personale […]. A stringere, ci accorgiamo che la colpa di tante nuove povertà sono questi occhi vecchi che ci portiamo addosso […]. Di qui, la necessità di implorare “occhi nuovi”. Se il Signore ci favorirà questo trapianto, il malinconico elenco delle povertà si decurterà all’improvviso, e ci accorgeremo che, a rimanere in lista d’attesa, saranno quasi solo le povertà di sempre»[16].

Testimoniate le beatitudini

Povertà, mitezza, castità e pace sono i grandi sentieri che Gesù indica per essere felici. Le beatitudini, infatti, consentono di compiere il grande volo, facendo brillare i mille colori della santità di Cristo. Proclamando le beatitudini, «Gesù vuol dare una risposta all’istanza primordiale che ci assedia l’anima da sempre. Noi siamo fatti per essere felici: la gioia è la nostra vocazione. È l’unico progetto dai nettissimi contorni che Dio ha disegnato per l’uomo. Una gioia raggiungibile, vera, non frutto di fabulazioni fantastiche, e neppure proiezione utopica del nostro decadentismo spirituale»[17]. Beati sono coloro che “stanno in piedi”, pronti a partire sui sentieri impervi e appaganti del Vangelo. «È un popolo sterminato che sta in piedi. Perché il popolo della pace non è un popolo di rassegnati. È un popolo pasquale»[18]. Seguendo l’esempio e l’insegnamento di Cristo, voi che lo seguite più da vicino riscrivete le beatitudini evangeliche in modo consono al vostro tempo. Siate per tutti un annuncio di gioia.

Gustate le gioie genuinamente umane

Tutti ricordiamo che «nelle nostre dinamiche spirituali aveva esercitato sempre un fascino irresistibile il Cireneo della croce. Ma i maestri di vita interiore non ci avevano fatto mai balenare l’idea che ci fossero anche i Cirenei della gioia. Ed ecco ora lo sconvolgente messaggio: le gioie genuinamente umane, che fanno battere il cuore dell’uomo, per quanto limitate e forse anche banali, non sono snobbate da Dio, né fanno parte di un repertorio scandente che abbia poco da spartire con la gioia pasquale del regno […]. Questa felicità fa corpo con quella che sperimenteremo nel Regno. È contigua col brivido di eternità, che proveremo nel cielo, l’estasi che ti coglie davanti alle montagne innevate, alle trasparenze di un lago, alle spume del mare, al mistero delle foreste, ai colori dei prati, ai turgori del grano, ai profumi dei fiori, alle luci del firmamento, ai silenzi notturni, all’incanto dei meriggi, la respiro delle cose, alle modulazioni delle canzoni, al fascino dell’arte. È parente stretta con le sovrumane gioie dello spirito l’umanissima gioia che ti rapisce di fronte al sorriso di un bambino, ai lampeggiamenti degli occhi di una donna, agli stupori di un’anima pulita, alla letizia di un abbraccio sincero, al piacere di un applauso meritato, all’intuizione di coese grandi nascoste dietro i veli dell’effimero, alla fragilità tenerissima di cui si riveste la bellezza, al sì che finalmente ti dice la persona dei tuoi sogni. “Non vi è nulla di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”»[19].

Innalzate il vessillo della croce, simbolo del potere dei segni e della convivialità delle differenze

Mentre nel mondo tutto scorre, la croce rimane il nostro punto fermo. Essa ci insegna l’infinito amore di Cristo, la sua “charitas sine modo”. Il segno della croce è il simbolo più eloquente del potere dei segni e il supremo e vero annuncio di pace. È convivialità delle differenze, formula che «racchiude un po’ tutte le linee fondamentali dell’edificio della pace. Viene superato il concetto di pace come semplice assenza di guerra […], di pace come semplice acquisizione di giustizia […]. La pace accetta, anzi valorizza le diversità: non omologa, non uniformizza, non manipola le culture degli altri, non annulla il prossimo, ma lo esalta e lo accoglie come valore»[20]. Siate nel mondo operatori di pace!

Vi saluto fraternamente e vi esorto a testimoniare con mitezza e parresia la novità del Vangelo. Vi guidi la vergine Maria, donna dei nostri giorni. Invocatela con assiduità. Lei, discepola di Cristo e modello della nostra vita cristiana, è la Regina della pace.

Ho inviato questa mia lettera a mons. Vito Angiuli, Vescovo di Ugento-S. Maria di Leuca. Nella sua qualità di custode della mia tomba ad Alessano, è per me più facile consegnare, quasi di persona, questa missiva. Sono sicuro che la farà recapitare a tutti voi. A presto. Vi voglio bene. 


[1] A. Bello, Maria, icona della Chiesa, in Scritti 3, p. 42.

[2] Id., La turba dei risorti, presentazione di V. Angiuli, EDB, Bologna 2021.

[3]«Don Tonino ci è apparso Vescovo nuovo, perché Vescovo del Concilio. Egli infatti non solo ha saputo cogliere gli aspetti centrali di questo evento, ma lo ha saputo anche tradurre con scelte concrete di vita» (F. Di Molfetta, Don Tonino, Vescovo a Molfetta dagli anni della scelta degli ultimi a quelli dell’evangelizzazione e testimonianza della carità, in “Siamo la Chiesa”, 24, 1996, n. 3, p. 14); cf. ancheA. Chiereghin, Un vescovo secondo il Concilio, Ed Insieme, Terlizzi 2001; D. Amato (a cura di), Don Tonino, Vescovo secondo il Concilio. Atti del Convegno nazionale a 10 anni dalla scomparsa di mons. Tonino Bello dalla diocesi di Molfetta – Ruvo – Giovinazzo – Terlizzi (Molfetta 24-26 aprile 2003), Molfetta 2004.

[4] Id., Una data da ricordare, in Scritti 5, p. 332.

[5] Id., Ha scritto «t’amo» sulla roccia, in Scritti 6, p. 219,

[6] Ivi, p. 220.

[7] Ivi, p. 219.

[8] Ivi, p. 220.

[9] Francesco, Gaudete et exsultate, 10.

[10] Ivi, 32.

[11] A. Bello, “Festa dell’adesione” 8 dicembre 1990, in Scritti 6, pp. 220-221.

[12] Francesco, Evangelii gaudium, 87.

[13] A. Bello, Preghiera sul modo, in Scritti 3, p. 313.

[14] Francesco, Gaudete et exsultate, 1.

[15] A. Bello, Dammi, Signore, un’ala di riserva, in Scritti 3, p. 315. 

[16] Id., Occhi nuovi, in Scritti 2, pp. 396-397.

[17] Id., Le beatitudini oggi, in Scritti 6, p. 562.

[18] Id., Giustizia, pace e salvaguardia del creato, in Scritti 4, pp. 160-161.

[19] Id., Cirenei della gioia, in Scritti 3, pp. 229-230.

[20] Id., Quando la pace non lascia dormire, in Scritti 6, pp. 470-471.

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