“In tempo di conflittualità e rabbia, chiamati ad essere fermento di unità e relazione” — Arcidiocesi Bari-Bitonto

 
 


Derio-Olivero.jpg“Credo che la conflittualità sia davvero uno dei grandi problemi di questo tempo, sia la conflittualità delle guerre sia quella tra le persone. È cresciuta la rabbia. In questo senso è indicativa la scelta quest’anno del tema della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: “Ama il Signore Dio tuo … e ama il prossimo tuo come te stesso” (Luca 10, 27). Ci indica innanzitutto una responsabilità enorme per i cristiani, quella di essere fermento di unità, promotori di relazione nella società. È la grande sfida di questi tempi ed è il tema su cui pregheremo e ci confronteremo”. Interpellato dal Sir, così mons. Derio Olivero, vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo della Cei, presenta la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei che si celebra il 17 gennaio e la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che si svolge dal 18 al 25 gennaio. Tra le tantissime iniziative di preghiera e dialogo che in questi giorni si svolgeranno in tutte le diocesi italiane, mons. Olivero ricorda l’appuntamento di Lucca dove il 21 gennaio, per la prima volta in Italia, tutti i leader e i rappresentanti delle Chiese cristiane si ritroveranno nella cattedrale di San Martino per una celebrazione ecumenica della Parola. Hanno già assicurato la loro presenza mons. Siluan, vescovo della diocesi ortodossa romena d’Italia, l’archimandrita Dionysios Papavassileiou, a nome della Sacra arcidiocesi ortodossa in Italia (Patriarcato ecumenico), ma anche il rappresentante della Chiesa ortodossa russa del Patriarcato di Mosca in Italia e un delegato del vescovo della Chiesa serbo ortodossa.

La Settimana, come ogni anno, è preceduta il 17 gennaio dalla Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei. Quest’anno cade in un momento particolare. Siamo in un tempo in cui Israele è sotto l’occhio di tutti e il conflitto in Medio Oriente sta purtroppo avendo un impatto in termini di odio anche in Italia. Anche voi vedete questo pericolo di antisemitismo nelle vostre comunità?

In questo ultimo mese mi sono sentito più volte con i rabbini dell’Ari, l’Assemblea dei rabbini d’Italia e la presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane proprio perché loro si accorgono di questa crescita di antisemitismo in Italia. Oggi più che mai, è necessario affermare che nessun evento, neanche la stessa guerra, può giustificare qualunque forma di antisemitismo e odio. Questo lo dobbiamo dire in modo molto forte, insieme al fatto che siamo assolutamente contrari, come Chiesa, ad ogni atto di terrorismo. È stato detto molto chiaramente dal nostro presidente Matteo Zuppi ed è stato ripetuto in molti modi e in vari contesti. Condanna dell’antisemitismo e lotta contro ogni forma di terrorismo sono due cose devono essere molto chiare, al di là della intricata situazione politica.

Ma come si combatte l’antisemitismo? Come si vince l’odio?

Imparando seriamente cosa significa il rispetto dell’altro, che è sempre diverso. È una questione molto seria: il rispetto dell’altro che è sempre diverso. Siamo tutti diversi gli uni dagli altri. Siamo uomini e donne, adulti e bambini, anziani e giovani, italiani, francesi, tedeschi, africani e siamo di diversi. Lo siamo per storia, per nascita, per cultura. Questo chiede oggi a ciascuno la necessità, anzi l’obbligo, di imparare la convivenza tra diversi. Evidentemente non lo abbiamo ancora imparato. La Giornata del dialogo e poi la Settimana di preghiera mettono in rapporto tra loro membri di chiese e comunità religiose diverse e indicano chiaramente cosa intendiamo per dialogo. Il dialogo non è tra persone uguali ma tra persone che seppur diverse vogliono collaborare e lavorare insieme per rendere le società in cui viviamo luoghi pacificati, capaci di condivisione e inclusione, quello che ci ripetete continuamente il Papa.

Quale contributo specifico possono dare le chiese cristiane alla causa della pace?

Secondo me sta nel recuperare l’anima stessa del cristianesimo, che si fonda sull’amore e sul perdono. Noi abbiamo come cristiani questo grande tesoro, l’amore che si spinge ad amare anche il nemico, che è capace di perdono. Questo è al cuore del cristianesimo. Lo dobbiamo recuperare, lo dobbiamo vivere tra noi chiese, non dobbiamo mai smettere di testimoniarlo.  Non c’è pace senza giustizia e non c’è giustizia senza perdono.

Ma in questi tempi di buio, voi, responsabili delle Chiese cristiane in Italia, come vedete il futuro? Lei è più ottimista o pessimista?

Non siamo né ottimisti né pessimisti, siamo speranzosi dove la speranza non vuol dire che andrà tutto bene. Avere speranza significa essere capaci di avere ancora dei sogni e di averli anche al buio, perché sappiamo che non c’è oscurità che non sia abitata da Gesù Cristo.

Maria Chiara Biagioni

© www.agensir.it, mercoledì 17 gennaio 2024

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