Moriamo nel Signore, con il Signore e per il Signore – Diocesi Ugento Santa Maria di Leuca

 
 


Omelia nella Messa esequiale del diacono Cesario Vergallo, Chiesa san Michele
Castrignano del Capo, 9 aprile 2022.
 

Cari fratelli e sorelle, al termine del cammino quaresimale, mentre siamo in procinto di dare inizio ai giorni santi che commemorano il mistero della morte e della risurrezione di Cristo, accompagniamo il nostro fratello Cesario, diacono, all’incontro beatificante con Cristo risorto. 

Saluto con affetto lei, gent.ma sig.ra Apollonia, sposa del defunto Cesario e voi cari figli, Emanuele e Giusy, insieme a Davide ed Enrica, nipoti del defunto diacono. Insieme a voi, accompagniamo il vostro congiunto con la preghiera nel suo passaggio da questo mondo al Padre. La sua vita è stata semplice e laboriosa fin da quando, secondo di quattro fratelli, si è laureato in economia all’Università di Bari e ha svolto la professione di insegnante di matematica per molti anni e in diverse scuole medie tra cui quella di Castrignano del Capo. Tutti lo ricordano come professore appassionato e solerte. 

Ordinato diacono, il 22 gennaio del 2000 da mons. Domenico Caliandro nella cattedrale di Ugento, è stato sempre a servizio della parrocchia di Castrignano. Ha svolto il ministero diaconale con dedizione e premura soprattutto nel servizio liturgico e verso gli ammalati, collaborando con i parroci don Benedetto Serino, don Gino Morciano e don Fabrizio Gallo. Uomo di cultura, di fede e di grande spirito di preghiera, dedicava molto tempo all’adorazione eucaristica. È sempre stato disponibile verso tutti, e a tutti si avvicinava con discrezione e rispetto con uno stile contraddistinto da un tratto caratteriale mite e dai modi raffinati e gentili. 

Celebriamo questo rito liturgico, carico d’affetto e di pietà cristiana, con la consapevolezza che ogni avvenimento della nostra vita è sempre legato al Signore. Nella lettera ai Romani san Paolo scrive: «Nessuno di noi, infatti, vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore. Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore. Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi» (Rm 14, 7-9).

Con la morte, muta in modo radicale il rapporto interpersonale. Non c’è più la vicinanza fisica e di contiguità che sperimentiamo quotidianamente. Essa rimane imperfetta, non è mai veramente compiuta, anche se abituale, spontanea e immediata. Di altro genere è la relazione interiore e spirituale che, proprio dopo la morte, si fa più forte e più stabile. Non si tratta di un’assenza, ma di una presenza, non meno vera e reale di quella fisica. In un certo senso, l’altro inizia a vivere in noi in un modo più profondo perché il legame si fa più intenso, più duraturo, più sicuro. Si acquisisce la certezza che, ormai, nulla può più spezzare il legame d’amore.

Di solito, si dice che l’amore coniugale tra la moglie e il marito dura solo «finché morte non vi separi». In realtà, il legame va oltre la dipartita. È quanto ha accertato uno studio condotto negli Usa pubblicato su “Psychological Science”, «le persone alle quali teniamo continuano a influenzare la nostra vita anche dopo essere morte». I risultati della ricerca scientifica hanno mostrato che il legame dura anche oltre la morte. «Anche se perdiamo le persone che amiamo, queste restano con noi, almeno in parte» è la conclusione a cui si è giunti. 

Se questa certezza psicologica ha il suo valore, quanto più la verità che deriva della fede. Essa insegna che «le anime dei giusti, invece, sono nelle mani di Dio, nessun tormento le toccherà […]. Essi sono nella pace» (Sap 3, 1.3). Cristo crocifisso, con le braccia spalancate sulla croce, raccoglie ogni frammento di vita. Celebrando questa liturgia esequiale all’inizio della settimana santa, siamo rafforzati nella professione di fede: morte e vita sono strettamente unite tra di loro e sono raccolte nel mistero pasquale di Cristo. Il contrasto tra la vita e la morte viene dissolto perché il morire non s’affaccia sul baratro del nulla, ma approda alla pienezza della vita in Cristo, per vivere sempre con lui nell’eternità beata. Varcata la soglia del tempo, si spalanca la porta stretta che consente l’ingresso nella celeste comunità dei santi, la nostra dimora definitiva Nella lettera ai Filippesi, san Paolo esprime in modo chiaro questa verità: «La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose» (Fil 3,20-21). 

Il diacono Cesario ha vissuto intensamente il suo ministero nella Chiesa, comunità del Risorto. La Pasqua di Cristo ha segna l’inizio della sua vita cristiana. Anche per lui valgono le parole dell’angelo risuonate al mattino di Pasqua, quando le donne, recatesi al sepolcro, lo trovano vuoto: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?” (Lc 24, 5). Il diacono Cesario con il battesimo si è immerso nella morte e nella risurrezione di Cristo. Anche l’ordinazione diaconale è stata una nuova e più profonda conformazione al mistero pasquale di Cristo. 

Ora egli celebra la sua Pasqua nel cielo. A lui, servitore attento, umile e disponibile, esprimo il ringraziamento mio personale e di tutta la Chiesa ugentina. Lo accompagniamo con la preghiera, la stima e l’affetto nel suo pellegrinaggio verso la Gerusalemme celeste con la consolazione che viene dalle parole della Scrittura: «Coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell’amore, perché grazia misericordia sono riservate ai suoi eletti» (Sap 3,9).

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