Omelia di Mons. Sabino Iannuzzi durante la Santa Messa Crismale – Diocesi di Castellaneta

 
 



Carissimi fratelli e sorelle,

saluto tutti con affetto paterno e fraterno, esprimendo gratitudine nell’aver accolto l’invito ad essere qui questa sera, per continuare nel nostro comune impegno di “camminare insieme”, come popolo sacerdotale di questa nostra Chiesa che è in Castellaneta.

Un particolare ringraziamento al Vicario generale per le parole rivoltemi all’inizio della celebrazione e a Fr. Paolo Quaranta, Ministro provinciale dei Frati Minori del Salento, per aver scelto di essere con noi, in questa particolare circostanza.

Emozione, trepidazione e gioia profonda sono i sentimenti che si alternano in me in quest’ora singolare di grazia in cui, per la prima volta, presiedo e celebro con voi questa liturgia della Messa Crismale, nella quale si manifesta – in pienezza – il mistero della Chiesa, «popolo di Dio che, nella varietà dei ministeri e dei carismi propri»[1], è reso partecipe – in virtù del battesimo che tutti abbiamo ricevuto – dell’unico sacerdozio di Cristo, «per offrire, mediante tutte le attività, sacrifici spirituali e far conoscere i prodigi di Colui, che dalle tenebre ci ha chiamati all’ammirabile luce»[2].

Quella «luce di sapienza… che non conosce tramonto» (Gv 8,12) e che nella solenne Veglia Pasquale, con «solare chiarezza»[3], farà ancora una volta irruzione nella nostra vita per disperdere le «tenebre del cuore e dello spirito»[4], come dono di grazia e di misericordia, ed «essere – come abbiamo pregato nella Colletta – testimoni nel mondo della sua opera di salvezza».

In questa nostra assemblea liturgica è offerta piena visibilità all’intero popolo di Dio, quel popolo santo partecipe della consacrazione dell’unigenito Figlio, Cristo Gesù, «il solo mediatore fra Dio e gli uomini» (1Tm 2,5) che, come ci ha annunciato Giovanni nella seconda lettura: «ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue… e ha fatto di noi un regno di sacerdoti» (Ap 1,5-6), portando così a compimento la profezia di Isaia: «Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete eletti» (Is 61,6).

Tutti noi, allora, consacrati con il santo crisma, siamo invitati ed inviati a spandere «la fragranza di una vita santa», con la testimonianza della fede ed il generoso servizio nelle nostre comunità e nei molteplici e diversi luoghi della vita ordinaria, laddove la missione profetica, sacerdotale e regale è chiamata a farsi balsamo di consolazione, di prossimità e di carità.

Se oggi è la festa di tutti noi che siamo l’“unico e santo popolo di Dio”, chiamato a rigenerarsi – sempre e di nuovo – per “camminare insieme”, con uno stile ancora più sinodale e missionario, attraverso reali e credibili segni di comunione e di partecipazione; è anche un giorno speciale per ciascuno di noi – ministri ordinati – che siamo stati scelti e resi parte del “Suo ministero di salvezza” e costituiti “servi premurosi” dello stesso popolo santo, al fine di nutrirlo con il dono della Parola e santificarlo con quello dei sacramenti, donando sempre più «la vita per il Signore e per la salvezza dei fratelli».

Fin d’ora permettetemi di essere eco di quest’assemblea liturgica, così come di tutte le nostre comunità, ed esprimere una speciale gratitudine a tutti e singoli i miei e nostri presbiteri diocesani e religiosi, per il loro sì al Signore che, mediante la Chiesa, li ha costituiti come «buoni amministratori della multiforme grazia di Dio» (1Pt 4,10), e quotidianamente li conferma per l’impegno nel ministero, in un tempo non semplice e di particolare complessità.

Grazie fratelli per il vostro servizio!

Grazie ai confratelli nel sacerdozio anziani ed ammalati. In questo momento un particolare ricordo va al carissimo don Domenico Affortunato, per il quale offriamo anche la bellezza di questa giornata.

Permettetemi ancora di esprimere, in primis ai confratelli presbiteri e poi a tutti gli altri (chierici e laici) il grazie per l’accoglienza che fin dal giorno della mia nomina, e poi con l’ordinazione e l’ingresso in Diocesi, mi avete manifestato, consentendomi di sperimentare una bella ed intensa fraternità.

Grazie perché mi avete fatto posto nei vostri cuori!

L’occasione è per ribadire che ciascuno di voi mi è entrato nel cuore e che quotidianamente ricordo al Signore tutti coloro che Egli si è degnato di affidare alle mie cure pastorali ed esprimo sempre grazie per questo dono che mi ha riservato!

Fin d’ora, vorrei invitarvi a pregare per tutti i presbiteri, quelli delle vostre comunità. Sosteneteli, incoraggiateli, condividetene le fatiche e le ansie pastorali: sono vostri padri e fratelli. Preghiamo insieme perché il Signore prosegua a suscitare nella Sua Chiesa santi e fedeli presbiteri, religiosi e religiose.

Lo Spirito Santo, ne sono certo, continuerà a portare a compimento, anche per la nostra Chiesa, la promessa del Padre: «Vi darò pastori secondo il mio cuore» (Ger 3,15).

Una preghiera particolare, poi, la dobbiamo per don Giuseppe Ciaurro e don Vito Mignozzi che nel corso di quest’anno celebreranno il loro XXV di sacerdozio, così come per il diacono permanente don Francesco Orsini, oggi in servizio alla Chiesa di Roma, che sempre nell’anno raggiungerà venticinque anni di ordinazione diaconale.

Questa sera è la nostra giornata sacerdotale, preludio del Giovedì Santo, festa dei sacerdoti perché festa eucaristica per eccellenza.

Ritorniamo, pertanto, carissimi fratelli, idealmente in quel Cenacolo – la «grande sala al piano superiore dove Gesù mangiò la Pasqua con i suoi discepoli» (Cf. Mc 14,12-16) – per riscoprire le ragioni fondamentali della nostra vocazione, la sublime dignità della nostra persona, il significato più profondo della nostra elezione, la nostra vera identità e missione.

Particolare è perciò la mia emozione – in quest’ora – in cui Voi, presbiteri di questa nostra amata Chiesa che è in Castellaneta, rinnoverete dinanzi a me e con me il sì del vostro amore a Cristo e della vostra incondizionata dedizione al ministero dell’unità, cui Egli – senza alcun nostro merito – ci ha chiamati, rinsaldando e testimoniando quel particolare vincolo di comunione tra il Vescovo ed il suo Presbiterio e tra gli stessi presbiteri, perché Gesù stesso ci esorta: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 14,35).

Non si tratta di una semplice formalità, prescritta dal rito, quanto piuttosto di un’opportunità – riconsegnata ogni anno – per sollecitarci ad assumere nuovamente quell’impegno missionario – frutto dell’unzione crismale ricevuta – e così poggiare il nostro ministero non tanto sulle forze e capacità di cui forse siamo pure dotati, ma sul suo Spirito, e rendere attuale, anche per noi, la profezia di Isaia che si è compiuta quel sabato nella sinagoga di Nazareth:

«Lo Spirito del Signore è sopra di me: per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annunzio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia de Signore» (Lc 4,18-19).

Sono parole risuonate nuovamente per me e per voi questa sera.

Ricordano che il mandato, in esse contenuto, non può essere ignorato o peggio ancora adattato ai nostri “egoistici” criteri e stili di vita.

Il crisma, che ha unto il mio capo nell’ordinazione episcopale e le vostre mani nel giorno dell’ordinazione presbiterale, non è servito a profumare noi stessi, quanto piuttosto – attraverso di noi – a dover sempre e di nuovo profumare il mondo con la fragranza dello Spirito Santo, che ha preso possesso di noi.

Nel rinnovare le promesse sacerdotali, allora, possiamo ben chiederci: ma la nostra vita, le nostre mani, continuano ad emanare questo profumo di grazia?

Noi per primi ne avvertiamo il profumo?

L’unzione ricevuta – lo sappiamo bene – serve ad ungere il popolo. Tra poco benediremo gli olii che domani sera saranno presentati ed accolti nelle nostre comunità parrocchiali, e con i quali compiremo i segni più qualificanti del nostro ministero, al fine «di fare nuove tutte le cose» (Cf. Ap 21,5). Ma forse, dobbiamo impegnarci – io e voi – ad ungere le nostre comunità anche con un altro olio: quello della gioia, della speranza, del coraggio e della fraternità.

Non rischiamo – come ci mette in guardia Papa Francesco – di diventare “untuosi” piuttosto che “unti”, a motivo della mondanità e dell’idolatria a cui sempre più siamo esposti[5]. La tentazione è forte!  Non siamo stati unti per diventare impiegati o manager del sacro; nessun presbitero è unto per occupare un posto importante, per scegliersi una comunità parrocchiale o un ufficio particolare. Non cediamo al richiamo della sistemazione o alla logica del tornaconto personale. Trasformiamo, piuttosto, tante nostre piccole o grandi pretese in docili e disponibili attese, così che non venga mai meno la nostra passione per il Vangelo.

Siamo stati unti per servire Cristo e la Chiesa, laddove il Signore ci invia. Ed in ciò, dobbiamo sempre più ardere dell’unico desiderio, quello di amare quanti attendono il lieto annuncio, perché un popolo che cammina ha bisogno di guide che gli indichino la meta, diano la vita e continuino a diffondere la fragranza di Cristo, a partire da scelte di comunione e di servizio.

L’esperienza sinodale che stiamo vivendo, fratelli e sorelle, può diventare – anche per noi tutti – l’occasione per ungerci vicendevolmente con l’olio della comprensione, del dialogo e del perdono. Superando gli individualismi e frantumando le barriere derivanti da tanti pregiudizi, abbattendo così gli invisibili, ma presenti, muri di separazione.

Impariamo, anzitutto noi presbiteri – che siamo testimoni per scelta di vita – a camminare sempre più insieme. Così che “insieme” con noi – ad immagine della comunità apostolica che si caratterizzava per avere «un cuore solo e un’anima sola» (At 4,32) – tutto il popolo di Dio, unto dello stesso crisma nel battesimo e nella confermazione, possa essere per la nostra Chiesa una carezza di unità, un segno di comunione, uno strumento di liberazione da quei mali – a volte vere catene di morte – da cui non sono immuni le nostre comunità civili e religiose.

Luca nel Vangelo annota che nella sinagoga, dopo aver proclamato la profezia di Isaia, «gli occhi di tutti erano fissi su di lui» (Lc 4, 20). Occhi che scrutano, interrogano e chiedono. Occhi che cercano verità e novità, pur tra la diversità di pensieri.

«Come brillano quegli occhi. E quanto pesano! E oggi – come ripeteva don Tonino Bello nella sua omelia per la messa crismale del 1983 – mi sembra di sentire gli stessi occhi fissi su di me. Ma io non ho, come Gesù, la forza per sostenerli»[6].

Non voglio essere certamente io il protagonista della scena, ma vorrei che, in qualche modo, tutti insieme, avessimo uno sguardo rivolto proprio su di Lui: sul Signore Gesù, Lui che è «via, verità e vita» (Gv 14,6).

Facciamo più attente ed aperte le nostre orecchie alla sua Parola, capaci di ascoltare anche i gemiti di chi non sa esprimersi.

Rendiamo il nostro cuore disposto ad accogliere la sua presenza, facendo sempre più spazio a chi è nella necessità dell’ospitalità, consapevoli che «tutto quello che avete fatto ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,46), dice il Signore.

Cresciamo in docilità per far agire la sua azione di liberazione su tutte le nostre resistenze, soprattutto quelle in cui spesso prevarichiamo l’altro, spesso indifeso.

Il mio compito, carissimi fratelli presbiteri, è quello di aiutare e sostenere tutti nel «puntare gli occhi proprio su di Lui», perché come diceva Charles de Foucauld: «Il prete è un ostensorio, suo compito è quello di mostrare Gesù. Egli deve sparire e lasciare che si veda solo Gesù…».

«“Fissare gli occhi su Gesù” – sostiene Papa Francesco – è una grazia che, come sacerdoti, dobbiamo coltivare. Al termine della giornata fa bene guardare al Signore, e che Lui ci guardi il cuore, insieme al cuore delle persone che abbiamo incontrato»[7].

Mi auguro che tutti noi, presbiteri, consacrati e fedeli laici, terminando questa celebrazione, torniamo alla quotidianità del nostro vivere con l’impegno a tenere ogni giorno i nostri occhi fissi su Gesù, così da riappropriarci dello stupore dell’intimità con Lui, al fine di abbeverarci alla «fontana della comunione»[8], ed aprirci insieme ad uno stile di corresponsabilità e di partecipazione, per vivere con umiltà e speranza il nostro presente e lasciarci trasfigurare, facendo emergere la bellezza che c’è e che il Signore non si stanca mai di suscitare nella concretezza del tempo, delle persone che incontriamo e delle situazioni che viviamo. Impareremo così a scrutare sempre più i segni dei tempi con gli occhi stessi di Dio.

Mentre ci lasciamo accompagnare dallo stesso invito rivolto da Maria ai servi di Cana di Galilea «fate quello che vi dirà» (Gv 2,15), chiediamo al Signore che ci conceda la luce per discernere le sue vie e la forza per incamminarci sui suoi sentieri (Cf. Is 2,3). Amen!

+ Sabino Iannuzzi

 

[1] Cfr. Conferenza Episcopale Italiana, Benedizione degli oli e dedicazione della Chiesa e dell’altare. Premesse, Libreria Editrice Vaticana 1980, pag. 10.

[2] Cfr. Lumen gentium 10.

[3] Conferenza Episcopale Italiana, Messale Romano, Ed. Fondazione di Religione Santi Francesco e Caterina da Siena, Roma 2020, pag. 172

[4] Ibidem, pag. 171.

[5] Cfr. Papa Francesco, Meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Martha, Come dev’essere il prete, 11 gennaio 2014.

[6] T. Bello, Puntare gli occhi su di Lui. Omelia messa crismale, Molfetta 1983.

[7] Papa Francesco, Omelia della Santa Messa del Crisma, 14 aprile 2022.

[8] Ivi.

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