Perché e per chi suona la campana? – Diocesi Ugento Santa Maria di Leuca

 
 


Omelia nella Messa della IV Domenica di Avvento
benedizione delle nuove campane
Chiesa santa Chiara, Ruffano, 18 dicembre 2022

Cari fratelli e sorelle,

vorrei che considerassimo questo rito non soltanto nel suo significato esteriore. I riti liturgici non hanno un valore puramente decorativo, né intendono esprimere una realtà tradizionale e popolare, ma contengono significati teologici e spirituali. 

Pongo una domanda con due quesiti per capire il valore del rito della benedizione delle campane: Perché e per chi suona la campana? La risposta ci aiuta a capire il valore interiore e spirituale del rito che tra poco vivremo.

Perché suona la campana?

La preghiera di benedizione indica tre finalità: rivolgere il cuore a Dio (significato teologico), partecipare alle gioie e ai lutti dei fratelli (significato antropologico), raccogliere i fedeli nella casa del Signore (significato ecclesiologico). 

Innanzitutto, metto in evidenza il valore teologico, per la sua grande rilevanza che ha nel nostro tempo. Il suono delle campane è un richiamo alla voce melodiosa di Dio che risuona all’interno dell’anima, si fa udire anche all’esterno, nella vita sociale. La Lettera agli Ebrei proclama che Dio ha parlato in tanti modi nella storia della salvezza e, ultimamente in modo definitivo, ha parlato attraverso Gesù (Eb 1,1). Mentre siamo in prossimità del Natale, dobbiamo ricordare che il Prologo del Vangelo di Giovanni afferma che «Il Verbo si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Sono troppi i suoni a cui siamo sottoposti ogni giorno. In un mondo frastornato forse non sappiamo più distinguere la voce di Dio che parla. La sua Parola diventa evanescente, come se egli non parlasse. Certo, il Signore spesso parla con il suo silenzio, in un modo quasi impercettibile. Non ama certo fare fracasso, anche se la sua Parola è potente ed energica. Il suono della campana è un indizio che dovrebbe metterci in ascolto di Dio e stimolare in noi la memoria della Parola proclamata durante la liturgia della Messa domenicale. 

Il secondo significato è di natura antropologica. In una cultura individualistica, come la nostra, la campana diventa un richiamo agli eventi tristi e gioiosi che accadono nell’ambiente in cui viviamo. La campana suona la gioia di due giovani che si sposano oppure richiama il lutto per chi è deceduto. Anche se non possiamo partecipare fisicamente a quegli eventi, possiamo sentirci coinvolti e unirci con la nostra preghiera. Il suono della campana ricrea la socialità; ci fa sentire parte di un contesto sociale più ampio rispetto all’ambito familiare; ci fa capire che apparteniamo ad un territorio, a una comunità, a una società; ci aiuta a sentirci cittadini di uno stesso paese, nella convinzione che gli avvenimenti altrui concernono anche la nostra persona. 

Il terzo significato ha una dimensione ecclesiologica. Il suono della campana chiama i fedeli a partecipare alla liturgia come famiglia spirituale, la famiglia di Dio. Risveglia in tutti l’appartenenza alla stessa comunità cristiana, alla stessa parrocchia, nella quale si celebrano i misteri della vita di Cristo e ci si impegna a vivere la comunione fraterna.  

Per chi suona la campane? 

L’altra domanda chiede: Per chi suona la campana? Forse i più piccoli non sanno che è il titolo di un film. Gli adulti ricorderanno che si tratta del titolo di un romanzo. Forse non tutti sanno che è anche il verso finale di una poesia. 

Per chi suona la campana (For Whom the Bell Tolls) è un film del 1943 girato in Technicolor da Sam Wood.  È il primo film a colori di due grandi attori: Gary Cooper e Ingrid Bergman. L’opera, ambientata durante la guerra civile spagnola (1936-1939), racconta la storia di Robert Jordan, un intellettuale statunitense unitosi a un gruppo di partigiani spagnoli, e della sua storia d’amore con Maria. Il film sottolinea soprattutto la travagliata e intensa storia d’amore dei due protagonisti. La campana suona per sottolineare che l’amore riesce ad affrontare le difficoltà, dona il coraggio per non demordere nemmeno di fronte a gravi pericoli, ma dà la forza di continuare a sperare nel futuro.

Il film è tratto dall’omonimo romanzo di Enest Hemigway del 1940, ispirato a reali vicende di vita dell’autore, all’epoca corrispondente di guerra. Il protagonista, Robert Jordan, è un membro importante della Brigata Internazionale, l’organizzazione di volontari che combatterono a fianco degli insorti antifranchisti contro l’esercito fascista durante la guerra civile spagnola, incaricato di far saltare in aria un ponte ritenuto essenziale ai fini strategici della guerriglia.

L’attacco al ponte e i relativi preparativi sono l’occasione per una disamina politica e sociale attraverso un racconto a più voci dei partigiani coinvolti e reclutati per far saltare il ponte. Entrano in scena figure semplici e complesse insieme, un insieme di voci diverse e variegate, tutte declamanti all’unisono la stupidità della guerra, di ogni guerra, in quanto follia, pazzia, stoltezza per le sofferenze che si procurano agli altri uomini e per il dispendio di ingenti somme di denaro per creare distruzioni e morti. È una disamina lucida e spietata sull’inutile crudeltà, la stoltezza di gesti violenti, di capitali impiegati in armamentari di morte anziché in strutture e apparati di gioia e di pace, come sarebbe semplicemente più umano. 

Da qui, la necessità di schierarsi, di provare a ripristinare l’ordine naturale delle cose. Si tratta di una scelta di campo, una scelta di vita. Il ponte va fatto saltare in aria, anche se non si è sicuri che servirà a decidere i destini della guerra. Comunque va fatto, a qualsiasi costo. Anche a rischio di perdere la vita stessa. Non ci sono molte possibilità, c’è solo un’unica via: schierarsi dalla parte giusta.

In realtà, il titolo del romanzo di Ernest Hemigway Per chi suona la campana allude ad un verso del poeta John Donne: «E allora non chiedere mai per chi suona la campana, essa suona per te» («and therefore never send to know for whom the bell tolls. It tolls for thee»)[1]. Il poeta richiama la legge della solidarietà universaleNessun uomo è indipendente dal resto del mondo. Ogni gesto della vita, come il morire, è un fatto sociale e non semplicemente personale. Quante volte succede di sentirsi completamente soli, abbandonati nel mare della vita, staccati dalle persone che ci circondano, incapaci di cogliere il senso della nostra esistenza. 

Per descrivere questa sensazione, il poeta si avvale di un’immagine molto efficace, una metafora che, per la sua forza rappresentativa, si è scolpita nell’immaginario comune: la visione di un’isola in mezzo al mare. Un’isola che, per sua stessa natura, è destinata a rimanere sola come una monade, scollegata dal resto del mondo. Il poeta, invece, spalanca un’altra visione, altrettanto suggestiva: «Ogni uomo è un pezzo del continente, una parte del tutto». Questi versi invitano a cogliere la vita come parte di una dimensione più grande, a cui apparteniamo e di cui possiamo percepire le connessioni vibranti.

  Allora cari fratelli e sorelle, ogni volta che ascolterete il suono di queste campane accogliete l’invito ad ascoltare la voce di Dio, a sentirvi parte di una comunità ecclesiale e civile. Nessuno è un’isola. Ogni avvenimento che accade concerne anche la vita personale di ciascuno di noi. Ricuperiamo così il senso della socialità, la vita di comunità, la fraternità ecclesiale e universale.


[1] «Nessun uomo è un’isola completo in se stesso; / ogni uomo è un pezzo del continente, / una parte del tutto. Se anche solo una nuvola / venisse lavata via dal mare, l’Europa ne sarebbe diminuita, / come se le mancasse un promontorio, / come se venisse a mancare / una dimora di amici tuoi, / o la tua stessa casa. / La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, / perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai / per chi suona la campana: essa suona per te», J. Donne, Meditazione XVII: “Nessun uomo è un’isola”, in Id., Poesie amorose. Poesie teologiche, Cristina Campo (a cura di), Giulio Einaudi, Torino, 1971.

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