Il pensiero “calcolante” va integrato col meridiano – Diocesi Ugento Santa Maria di Leuca

 
 


Articolo del Vescovo apparso in “Nuovo Quotidiano di Puglia – Lecce”
domenica, 7 agosto 2022, pp. 1 e 27

Può sembrare una ovvietà, ma è opportuno ribadire che il progresso tecnologico, il linguaggio informatico, l’intelligenza artificiale, fattori dominanti nella società contemporanea, sono di grande utilità, ma non bastano all’uomo per trovare il senso della vita. Oggi si fa un uso dell’algoritmo nei più svariati campi. Tra l’altro, si utilizza in ambito sanitario per «aiutare le autorità locali a sviluppare strategie decisionali per contenere gli effetti della pandemia»[1]. Si applica anche allo studio delle lingue e scritture antiche come aiuto per la loro decifrazione[2]. La sua validità si arresta di fronte al mistero della vita. Con uno slogan si potrebbe dire: l’algoritmo serve, ma non rende felici. 

Volendo proporre quest’idea con una formula filosofica si dovrebbe dire che il “pensiero calcolante” (M. Heidegger) ha bisogno di essere integrato con il “pensiero meridiano” (A. Camus).   Heidegger, a più riprese, ha individuato nel pensiero occidentale la tendenza al calcolo e alla riduzione di tutto il pensiero alla calcolabilità. Lo slogan “Denken als Rechnen”, il “pensiero come calcolo” è visto come il principio ispiratore della civiltà contemporanea. A questo criterio, però, sfugge il senso profondo della realtà e la via per la felicità. Sappiamo calcolare, ma non sappiamo più dire cosa sia bellezza, verità, felicità.

Il “pensiero meridiano”, dal canto suo, è la formula sintetica di una prospettiva che intende valorizzare le qualità intrinseche della cultura mediterranea. La sua formulazione deriva da un’intuizione di Albert Camus all’inizio degli anni cinquanta del secolo scorso. Nel capitolo conclusivo del suo saggio “L’uomo in rivolta”[3], lo scrittore francese evidenziò la contrapposizione tra due distinte concezioni del mondo: una nord europea, basata sulla rimozione del rapporto con il sacro e con la natura, devota alla fredda tecnica e al nichilismo; l’altra sud europea, mediterranea, che in maniera opposta ricerca la misura, ovvero un incrocio armonico tra umano, divino e naturale. Il pensiero meridiano ritiene che tutto è regolato dal principio dove regna l’armonia, la proporzione, il limite e dove è reso possibile l’equilibrio e il giusto peso (métron) dei valori che guidano l’umanità. Gli ideali di giustizia e di libertà, infatti, sono realizzabili a condizione di perdere il loro carattere di assolutezza e ritrovare il senso del limite. 

Questa visione è stata accolta e ampliata, intorno alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, da alcuni intellettuali italiani (tra cui Franco Cassano, Mario Alcaro, Piero Bevilacqua, Franco Piperno). Essi hanno rivendicato l’autonomia culturale ed etica del Sud. Rifuggendo da processi di omologazione e di rincorsa della modernità, la mancata industrializzazione del Sud ha permesso di conservare intatti luoghi, culture, tradizioni che invece al Nord sono state spazzate via. In sintesi, afferma Franco Cassano, il pensiero meridiano «conserva il segreto della “misura”, di quell’accordo tra uomo e natura che si raccoglie nei miti e negli dèi greci, nell’architettura della tragedia greca»[4].

In questa prospettiva, occorre rimettere in gioco due valori propri della cultura mediterranea: il mythos e il logos. Il mito era inteso come un racconto ordinatore della realtà, mosso dal bisogno di spiegare, superare e risolvere le contraddizioni presenti nella natura. Logos indicava l’attività dello spirito umano che consiste nel raccogliere, nel coordinare e nel combinare insieme le impressioni sensoriali e le attività tra cui rientrano anche il contare e il calcolare. In seguito, il termine assumerà il significato di parola, pensiero, ragione, legge di armonia, principio di razionalità universale e senso dinamico del divenire. 

Al fondo, vi era l’idea che la ragione determina il mondo[5] ed è la legge con cui il mondo si esprime[6]; una ragione intesa come realtà autonoma e personale, ma non soggettiva, consapevole di non possedere una conoscenza definitiva, e per questo protesa sempre a conoscere in modo incessante. Il binomio mythos / logos rappresenta l’inscindibile correlazione tra storia e ragione, racconto e verità, narrazione e criterio di giudizio, secondo il principio della distinzione e della complementarietà. Il logos, infatti, non distrugge il mythos. Non nasce per combatterlo ed eliminarlo, ma per dialettizzare con l’universo mitico-rituale. Il dia-logos è la forza che mette in comunicazione e il metodo del reciproco rapportarsi[7].

Il pensiero contemporaneo, avendo smarrito l’equilibrio dialettico di questo binomio insegnato dalla saggezza antica, non trova la giusta dimensione tra storia e senso di essa, ragione e narrazione, avvenimento e discernimento. Inoltre, affermando con Nietzsche, che non «esistono i fatti, ma solo le interpretazioni»[8], cade in un’aporia: da una parte si affida all’algoritmo, ossia a una procedura di calcolo per risolvere problemi sempre più complessi, dall’altra finisce per indicare il prospettivismo come il sommo criterio della realtà. In tal modo, esclude il riferimento alla verità, anzi afferma la necessità di un’etica senza verità[9]. L’approdo ultimo è la difficoltà di avvalersi di regole e criteri comuni se non quelli stabiliti dalla stessa società in base ad accordi procedurali. Si apre così la porta al regno del relativismo veritativo e pratico e al dominio delle fake news

Il pensiero meridiano, invece, mantenendo intatto il legame con fondamento e il senso dell’esistenza apre a una pluralità di espressioni artistiche, filosofiche, religiose, che lasciano trasparire una profondità e un’armonia tra ciò che è detto e ciò che è vissuto, tra passato, presente e futuro, tra umano e divino.    


[1] Cfr. A. Tafuro, Anche in Puglia l’algoritmo per gestire gli effetti del Covid, in “Nuovo Quotidiano di Puglia-Lecce”, mercoledì 3 agosto 2022, p. 5. 

[2] P. Travisi, Con gli algoritmi possiamo decifrare le scritture ignote, in “Il Messaggero”, lunedì, 1° agosto 2022, p. 17.

[3] Cfr. A. Camus, L’uomo in rivolta (1951), trad. it Liliana Magrini, Milano, Bompiani, 2010.

[4] F. Cassano, Il pensiero meridiano, Laterza, Roma-Bari 2005, p. 89.

[5] Cfr. Eraclito, Frammento, 1.

[6]  Cfr. Id., Frammento,114.

[7] M. Buber, Io e tu in Il principio dialogico, San Paolo, Cinisello Balsamo 1993; R. Mancini, L’ascolto come radice, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1995; G. Mura, Ermeneutica e verità, Città Nuova, Roma 1997.  L. Pareyson, Verità e interpretazione, Mursia, Milano 1982; Eric A. Havelock, Cultura orale e civiltà della scrittura, Laterza 2006.

[8] F. Nietzsche, Frammenti Postumi 1885-1887, trad. it. e cura di G. Colli e M. Montinari, volume VIII tomo I delle Opere, Adelphi, Milano 1975. La tesi è sviluppata in F. Nietzsche, Umano, troppo umano, Adelphi, Milano 1979, in Id., Su verità e menzogna in senso extramorale e in Id., La filosofia nell’epoca tragica dei Greci e Scritti dal 1870 al 1873, volume III tomo II delle Opere, Adelphi, Milano 1973, pp. 93-101.

[9]U. Scarpelli, L’etica senza verità, Il Mulino, Bologna, 1982.

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