Omelia di Mons. Sabino Iannuzzi durante la Santa Messa nella Festa della Santa Famiglia – Diocesi di Castellaneta

 
 


Saluto caramente tutti voi fratelli e sorelle, il caro don Mauro Ranaldi, Parroco della nostra Cattedrale, don Lorenzo Cangiulli, Parroco dell’Annunziata di Palagiano, il diacono Filippo e la moglie Maria, Responsabili diocesani della Pastorale familiare e quanti oggi stanno partecipando a questa Eucarestia ricordando la celebrazione del loro matrimonio avvenuta nel corso di quest’anno 2023 che sta per concludersi e per il quale questa sera renderemo grazie al Signore.

Dalla notte di Natale fino alla festa dell’Epifania la Chiesa ci invita a celebrare gli eventi e le esperienze che riguardano la nascita del Bambino di Betlemme. È il tempo del Natale! Sono giorni in cui la nostra attenzione è rivolta a quanto accadde intorno alla mangiatoia e di come i nostri occhi ancora oggi – seguendo l’esempio di Francesco d’Assisi a Greccio – hanno la possibilità di riconoscere il Figlio di Dio che è venuto nella storia e che continua ad incarnarsi nei segni semplici di un’umanità che ha sempre più bisogno di un incontro che possa trasformare la vita in un’esperienza di salvezza cristiana.

In questa prima Domenica dopo il Santo Natale siamo invitati a contemplare la Santa Famiglia in cui il Bambino Gesù «cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui».

Entriamo, direi in punta di piedi, a guardare questa famiglia: così come l’ammiriamo nel presepe dinanzi ai nostri occhi.

La pagina evangelica ci porta a Gerusalemme quando «compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore» e riscattarlo, come ogni primogenito.

E’ l’immagine di quella profonda umanità di Gesù che, con il mistero dell’incarnazione, è entrato realmente nel tempo e nella storia, la abita, rispettandone i ritmi dell’ordinarietà della vita familiare, come tutti gli altri bambini. E per questo fu presentato al tempio: nel rispetto della legge, a custodia dell’alleanza e nell’osservanza dei comandamenti. Tutto questo è la certezza che anche il nostro tempo, quello personale e comunitario, per quanto difficile sia, è sempre tempo significativo perché abitato dalla presenza di Dio, con la sua grazia e la sua misericordia.

Maria e Giuseppe non fecero in tempo ad entrare nel tempio che subito le braccia dei due anziani (Simeone ed Anna), mossi dall’impulso dello Spirito Santo, si contesero il Bambino.

L’eterna giovinezza di Dio fu così accolta fra le braccia della vecchiaia del mondo. È l’invito a sforzarsi di guardare oltre le apparenze: così che gli occhi velati dalla vecchiaia siano riaccesi dal desiderio. Si tratta di due anziani “innamorati” di Dio che, come ricordava Papa Francesco negli auguri alla Curia romana alcuni giorni addietro, manifestano l’alternativa per il vero credente, che non è tra l’essere progressisti o conservatori, ma tra innamorati ed abituati.

Infatti, il vecchio Simeone, “mosso dallo Spirito Santo”, non parlerà più del passato, delle abitudini, come fanno di solito gli anziani, quanto piuttosto del futuro, come fanno le giovani generazioni. Esplode così in un canto di gioia – quello che la Chiesa ci invita a pregare ogni sera prima di addormentarci nella Compieta – per aver contemplato la gloria di Dio destinata a tutti. Ora è davvero contento perché sperimenta la pienezza della vita cristiana (la chiamata universale alla santità) che sarà riconosciuta tale solo dopo la Risurrezione. Ha visto la luce incarnata, la carne illuminata e la storia già fecondata dalla vera offerta: quella che propria a Gerusalemme si compirà. E, noi tutti, come Giuseppe e Maria dobbiamo sforzarci di scrutare lo stupore, la meraviglia, per quanto attraverso Simeone e Anna è possibile scorgere ancora oggi per tutti noi.

In questo stesso contesto – tra la meraviglia dei genitori – Simeone rivela la vera missione di questo bambino. Lo fa con tre parole indicative: caduta, risurrezione e contraddizione. Lo abbiamo ascoltato: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione… affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

Il Bambino Gesù è la caduta. La caduta dei nostri piccoli o grandi idoli falsi. Gesù è venuto nella storia appunto per demolire e distruggere tutto ciò che non è amore.

Egli è venuto per la risurrezione. Perché è la forza che solleva e fa ripartire, fa ricominciare e riprendere il cammino, quando il vuoto interiore assale o le tenebre della vita ci avvolgono. Quando la fragilità diventa ostacolo sul nostro cammino e il peccato ci fa soccombere: la sua resurrezione ci rialza, ci rimette in piedi.

Questo Bambino, infine, è la contraddizione. Infatti, «i suoi pensieri non sono i nostri pensieri, le mie vie non sono le nostre vie». E’ l’invito ad una pressante conversione: vincendo la mediocrità che spesso abita il nostro vivere; esortando a vincere quel “tiepido” minimalismo che più che farci vivere, ci fa semplicemente sopravvivere.

Il senso del compimento che l’esperienza della Santa Famiglia di Nazareth testimonia, non ha solo dello straordinario – come potrebbe essere interpretato l’evento di grazia della presentazione al Tempio – ma anche e soprattutto dell’ordinario (della normalità) che ad una visione superficiale sembra sconcertante; ma è nel tranquillo scorrere del tempo che si realizza il mistero della salvezza, l’esperienza della felicità.

Infatti, tornati a Nazareth, Maria, Giuseppe e Gesù – annota Luca – ripresero il ritmo della vita in cui il Bambino “cresceva” e si “fortificava”.

Dopo aver ascoltato queste parole sorge spontanea una riflessione: possiamo dire che lo stesso accade anche nelle nostre famiglie?

I nostri bambini, i nostri ragazzi la fanno questa esperienza?

Riescono a crescere e a fortificarsi come fu per il bambino, il ragazzo ed il giovane Gesù?

Trovano accanto a sé genitori che, come Maria e Giuseppe, li accompagnano nella crescita con insegnamenti e soprattutto con esempio edificante della vita?

Tanti genitori si preoccupano che ai loro figli non manchi nulla in tante cose prettamente umane; masi preoccupano allo stesso modo che crescano nella fede e nelle virtù cristiane?

Questi due verbi, “crescere” e “fortificare”, sono presenti nelle nostre famiglie allo stesso modo in cui erano presenti nella Santa Famiglia?

Gesù cresceva e si fortificava.

Il crescere è la capacità concreta di saper attendere lo scorrere del tempo.

Ma il fortificarsi richiede davvero fantasia, fatica, impegno, regole, sogni, obiettivi, fiducia, ascolto, amore e tanto esempio. Ed è normale che in tutto questo non si può essere da soli, ci vuole una mano concreta dall’alto, che dobbiamo imparare a chiedere con fede ed umiltà, con la presenza – accanto – di qualcuno che non toglie spazio. E questo qualcuno è il Signore.

Nella famiglia di Nazareth, infatti, c’era la “grazia” di Dio.

In altre parole, c’era un chiaro punto di riferimento, che si concretizzava frequentando la sinagoga, imparando a leggere la Bibbia, nel pregare i salmi fra le mura di casa. Forse è quello che oggi manca alle nostre famiglie.

Chiediamocelo seriamente: quali sono ancora oggi le buone pratiche cristiane del nostro focolare domestico?

Papa Francesco ci esorta a ricordare tre parole-chiave per vivere in pace e gioia in famiglia: permesso, grazie, scusa.

«Quando in una famiglia non si è invadenti e si chiede permesso, quando in una famiglia non si è egoisti e si impara a dire grazie e quando in una famiglia uno si accorge che ha fatto una cosa brutta e sa chiedere scusa – conclude il Papa – in quella famiglia c’è pace e c’è gioia».

Si tratta di regole semplici e da riscoprire per dare significato “nuovo” alle nostre relazioni tanto familiari che comunitarie.

Come Maria e Giuseppe dobbiamo esercitarci a riconoscere e ad accogliere il dono di Dio: che poi è Dio stesso.

Accogliere la vita “nascente” e “morente”, quella in salute e quella nella malattia, quella forte e quella fragile, quella abile e quella disabile, perché accogliere la vita – in qualunque forma si presenti – significa accogliere Gesù che viene. Un accogliere che si fa cura, custodia, servizio, al fine di restituire la vita stessa a Dio.

«Santa Famiglia di Nazareth, a nome di tutta la famiglia del genere umano, invochiamo da te il dono della tua preghiera per il cammino di ogni Vita.

Tu, Maria, Madre del Signore, insegna ad ogni famiglia a cercare le vie della Verità, perché si compiano in ogni terra i sogni di bene e di pace, presenti nel Cuore di Dio.

Tu, Giuseppe, Sposo di Maria e Padre sulla Terra del Figlio di Dio fatto uomo, dona la tua mitezza e il tuo coraggio ad ogni famiglia, perché il cuore dei piccoli si apra a desideri di giustizia e di bellezza.

Tu, Bambino di Betlemme, redentore del Mondo e volto della misericordia di Dio, fa che ogni famiglia – come la tua Santa Famiglia – possa diventare un’umile “Chiesa domestica”, dove si trasmetta la fede e, con la coerenza della testimonianza, si educhi alla vita buona del Vangelo, affinché gli occhi di tutti, come quelli del vecchio Simeone, possano contemplare la Tua salvezza. Amen!» (Preghiera alla Santa Famiglia, rielaborata da un testo di don Salvatore Casamassima).

+ Sabino Iannuzzi
vescovo

 

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Santa Messa nella Festa della Santa Famiglia e benedizione delle coppie

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